
La Diamante è oltraggiosamente bianca, giusto un bordino rosso a darle tridimensionalità, con la scocca spigolosa e il motore che sembra fluttuare abbarbicato nella compatta (e ampiamente rivista) geometria del solido telaio.
A guardarla dal fianco destro restituisce sensazioni visive tipiche delle moderne naked d’assalto, vertiginosamente caricate sull’anteriore e minimali nel futuristico design.
Ma il passo lungo, esageratamente lungo, oltre a essere sinonimo di stabilità, ne tradisce la provenienza lombarda, in quel di Mandello.
Un’occhiata al cardano, poi, fuga qualsiasi dubbio: è una Moto Guzzi, come non se ne sono mai viste prima!
Dai grossi cilindri si diramano i due collettori di scarico che, avvolgendo il blocco motore in maniera sinuosa (e invertita rispetto alla Griso di serie), convergono in un terminale per nulla invasivo, quasi nascosto, a sublimare l’essenzialità delle forme. Il fianco sinistro, poi, è un tripudio di spazi vuoti e mancanti, dosati, pesati e calcolati con estrema attenzione.
Il termine “sospensione”, laddove associato alla Diamante, non attiene a concetti come steli telescopici, olio, compressione e precarico, ma ha ben altra accezione.
Ogni elemento appare infatti privo di una struttura portante per ancorare le ruote al doppio monobraccio. Sembra di essere dinanzi a un provocatorio disegno a china, a un progetto di design ancora embrionale o a una proiezione al computer di quel che saranno le moto del prossimo futuro.
Invece, si tratta di un sogno funzionante, capace di accendersi al primo giro di chiave, per dar voce, così, all’esagerato motore di oltre 1400 cc. Che la fortissima passione per la tradizione culturale giapponese rivesta un ruolo primario per la fantasia di Filippo Barbacane è cosa nota. La Diamante, dunque, incarna perfettamente il concetto di “vuoto”, in cui le parti mancanti sublimano nella giustificazione dell’oggetto stesso.
Essenziale e muscolosa, la Diamante dispensa bianco e nero come fossero yin e yang, colori opposti e complementari, in un lavoro di ricerca estetica al quale neanche la pregevole Griso Zero fu sottoposta.
“L’idea di esasperare le forme della Griso e dar vita, così, a una special unica ed esagerata, sia dal punto di vista estetico che motoristico, occupava i miei pensieri già da tempo. Ho colto al volo, e spero nel migliore dei modi, le intenzioni dell’appassionato che ha deciso di commissionare una simile realizzazione. Inoltre, l’eccezionale possibilità di dar fondo a tutta la mia vena creativa, senza dover fare i conti con i normali limiti di omologazione della moto (che non è destinata alla circolazione su strada, ndr), mi ha permesso di creare un mezzo che, altrimenti, avrebbe difficilmente visto la luce. Ho basato l’idea di fondo sul concetto di vuoto, nonché sulla modellazione di geometrie spigolose, per rompere la tradizione delle forme morbide con le quali avevo lavorato in passato. Infine, la decisione di installare un monobraccio all’anteriore mi ha costretto giocoforza a uno stimolante lavoro più che mai artigianale.”
Data l’impossibilità di utilizzare il gruppo piastre-forcella della Griso originale (che avrebbero proiettato il già generoso interasse della moto verso cifre esagerate), la soluzione più ovvia e razionale è stata quella di inserire il sistema pompante della sospensione idraulica all’interno del cannotto di sterzo.
Ciò ha permesso di ottenere due piacevoli benefici: ridurre il passo del mezzo e sgrossare le forme dell’anteriore, ora essenziali e, a detta di Barbacane, “ancora più pulite”.
La parte inferiore del monobraccio anteriore è stato mutuato dall’allora avveniristica Gilera CX, piccola e filante stradale italiana degli anni Novanta, e attorno ad esso è stato costruito un impianto di sospensioni nascoste ad hoc.
Un certosino lavoro di riadattamento del cinematismo che governa l’avantreno ha permesso di abbandonare il vecchio schema di leveraggi a parallelepipedo, rinforzando la struttura anteriore con una coppia di steli d’acciaio che scorrono nel fodero di alluminio attraverso un sistema di o-ring e guarnizioni.
Della piccola 125 cc, inoltre, sono stati presi in prestito anche gli originali cerchi pieni, i quali sono stati fresati a dovere mediante una macchina CNC, al fine di stravolgerne il datato design. Svuotando la parte in alluminio, con un occhio di riguardo all’integrità strutturale del cerchio stesso, il risultato è stato quello di portare alla luce dodici splendide razze, ora verniciate in bianco.
Il cerchio posteriore, poi, ha subito un ulteriore lavoro di adattamento, per giungere alla misura di 5,5’’ e montare così la gommatura di serie.
Il mozzo posteriore è interamente artigianale, costruito in alluminio e anch’esso tornito grazie a una macchina a controllo numerico. “Ho progettato e realizzato artigianalmente anche le borchie (visibili sul lato sinistro della moto, ndr) che coprono il mozzo della ruota, – spiega Filippo – cercando di riportare lo stesso dettaglio anche in altre parti della moto.”
I molteplici particolari in alluminio ricavato dal pieno, dalle piastre di sterzo ai paratacchi, passando per l’asta di reazione del cardano, portano la firma delle Officine Rossopuro.

Tuttavia, è lo stesso Barbacane, definendo la Diamante uno “studio di design funzionante”, a sottolineare che tale sistema di sospensione anteriore non è progettato per garantire staccate al limite o prestazioni pistaiole da primato.
Un parafango in carbonio modificato, dei mezzi manubri marchiati Tarozzi, due comandi di tipo radiale della Brembo e un faro dell’italiana Triom, completano l’accattivante avantreno della Diamante.
“Ho sempre ritenuto che il telaietto posteriore della Griso castrasse le sinuose forme della struttura portante, interrotta nettamente nella parte centrale della moto. Desideravo conferire continuità al telaio originale, immaginandolo capace di avvolgere in un giro completo la Griso. Ho quindi progettato e saldato la parte posteriore del telaio, che adesso ha una doppia utilità: restituire coerenza alle forme della moto e ospitare il seppur piccolo serbatoio della benzina.”
Pochi litri di capacità nascosti sotto al codino sufficienti appena per una parata o una passerella da primadonna a motore acceso, tra fotografi e appassionati: la Diamante non è da intendersi come una moto adatta a percorrere lunghe distanze o un mezzo da tutti i giorni, tra casa, ufficio e tornanti domenicali.
E’, prima di ogni altra cosa, la realizzazione di un sogno, fatto di lunghe ore passate a studiare nuove forme e soluzioni non convenzionali.
“Il vantaggio è stato quello di poter ridurre le dimensioni della parte anteriore della moto, con serbatoio e fianchetti molto rastremati. – afferma Filippo – Inoltre ho potuto finalmente dare vita a un piccolo vezzo estetico che meditavo già da tempo: inserire il tappo del serbatoio nella parte terminale della sella!”
La doppia presa d’aria anteriore, perfettamente integrata nella scocca, ha la funzione di convogliare i flussi direttamente nell’airbox.
Abbandonati i due corpi farfallati che montava la Griso di serie, la Diamante (così come la BB1 della Millepercento), si affida a un unico elemento sdoppiato da 60 mm, soprannominato Air-One, che alimenta entrambi i cilindri attraverso un collettore di alluminio.
Data la presenza del serbatoio sotto la sella, Barbacane ha pensato di evolvere ulteriormente l’originale configurazione della BB1, rovesciando il voluminoso filtro dell’aria, che ora guarda in avanti, con tanto di condotti forzati, plasmati appositamente sulle contenute dimensioni della Diamante.
Il motore, si era già capito da un po’, è il Big Bore 1420 cc (per 136 Cv di potenza) sviluppato dalla Millepercento e, di certo, non passa inosservato in quanto a cavalleria e prestazioni in generale. Complici la passione di Stefano Perego e la competenza di Giuseppe Ghezzi (assieme a quella di tutti i meccanici dello staff della Millepercento), il potente gruppo termico ha subìto piccoli interventi per adattarsi alle esigenze della Diamante (condotti di alimentazione modificati e testate personalizzate), pur continuando a preservare le già decantate doti di affidabilità e prestazioni su strada.
Laddove si applichi, insomma, una tecnologia da Formula Nascar (quale quella del Big Bore) a un mezzo a due ruote, il divertimento si impenna assieme all’apertura della manopola del gas.
“Il vero problema era quello di trovare un radiatore dell’acqua dalle dimensioni contenute, capace di adattarsi alle particolari misure dell’avantreno della Diamante. – spiega Filippo – Ho trovato la soluzione ideale contattando la Fram Corse, che ha realizzato un radiatore con le mie specifiche.”
A completare il quadro tecnico della moto vi sono le pedane arretrate, di derivazione Moto Guzzi e opportunamente modificate, mentre la strumentazione digitale è dell’abruzzese HT Parts.
“Ho sempre realizzato special caratterizzate da forme morbide, ma con la Diamante ho voluto sperimentare nuove soluzioni, non troppo dissimili dalla spigolosità dello Stealth, il noto aereo F-117.”
Viene quasi da pensare che se la Diamante fosse interamente verniciata in nero (meglio se nero opaco), sarebbe in grado di passare inosservata al controllo dei radar nemici! Tuttavia, pur catalogandola (per assurdo) come il primo esperimento antiradar marchiato Moto Guzzi, una moto del genere, così rivoluzionaria e anticonvenzionale, comunque non passerà mai inosservata agli occhi di ogni attento intenditore del Marchio lombardo.
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