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CAFFE' ESPRESSO
Prova della V7 Classic Café
di Lorenzo Miniati - foto Fabrizio Porrozzi


Roma – Fermi al semaforo, magari durante il mattino di una giornata feriale, la V7 Café fa respirare aria di libertà. La stessa, che negli anni Settanta, condita da tutti gli eccessi del caso, si respirava in sella a una moto di medesima impostazione, anche se innegabilmente di altro fascino. Sella monoposto, pedane arretrate, semimanubri e niente carenatura: ecco la ricetta per sentirsi un vero biker alla vecchia maniera. Il casco, però, è meglio metterlo (integrale e pure ben allacciato), non come si faceva una volta, quando nella migliore delle ipotesi si portava una scodellina in testa oppure si andava direttamente con i capelli al vento! Eppure, questa Café non è una moto da duri e puri, anzi, si posiziona come entry level al fianco della versione Classic e della Nevada. Un mezzo facile da usare, relativamente potente e abbastanza comodo, anche se rispetto agli altri due modelli equipaggiati con il bicilindrico Guzzi di 750 cc sacrifica qualcosa in termini di comfort in cambio di una posizione di guida più intrigante. Con la Café si può andare in città senza problemi, anche su fondi particolarmente disastrati come quelli che caratterizzano il centro storico della Capitale, grazie a un comparto sospensioni efficace e caratterizzato da una taratura piacevolmente morbida, che permette di sfruttarne tutta la loro corsa. L’impianto frenante, poi, è adeguato alle doti dinamiche del mezzo: il singolo disco anteriore da 320 mm offre infatti una potenza discreta e, se sollecitato con la dovuta forza, può perfino arrivare al bloccaggio, mentre il posteriore assicura un prezioso contributo che stabilizza l’assetto. In ogni caso, i comandi sono ben modulabili e facili da raggiungere, contribuendo all’ottenimento di un ottimo feeling di guida. Ciò consente di affrontare con la medesima disinvoltura il tragitto casa-lavoro, la piccola gita fuori porta con ritmo soddisfacente e l’uscita dopo cena con tappa presso il locale del momento. Con la sua storica colorazione verde-oro metallizzato, denominata “Legnano”, la Café non passa inosservata ed esercita un fascino particolare anche e soprattutto su chi non gravita attorno al mondo delle moto. Nel caso, poi, questo apprezzamento si traduca in una serata “a due”, va sottolineato come nonostante il profilo della sella sia quello tipico delle monoposto in voga negli anni Settanta, questa Guzzi risulti regolarmente omologata per trasportare anche il passeggero, come testimonia la presenza delle pedane ad esso dedicate. In relazione alla sua natura di prodotto di accesso alla gamma della Casa di Mandello del Lario, inoltre, il livello delle finiture è apprezzabile, con molti particolari cromati e alcuni dettagli di pregio, come la piccola protezione che impedisce al portachiavi di graffiare la piastra di sterzo superiore mentre si è in marcia.



 

Tornando al motore, l’erogazione è assolutamente fluida e la potenza in gioco non mette mai in crisi chi guida, anche qualora sia alle prime armi. L’ascesa del regime di rotazione è infatti sempre progressiva e la trasmissione finale a cardano non palesa reazioni indesiderate, anche se il cambio necessita dei suoi tempi tra una marcia e l’altra. Sia adottando un ritmo rilassato che spingendo un po’ di più, naturalmente senza esagerare, la V7 Café si dimostra piacevole e soddisfacente, lasciando intendere un potenziale particolarmente buono anche nei confronti dell’utenza femminile grazie alla sella bassa e al peso contenuto (198 Kg dichiarati in ordine di marcia). La sensazione di maneggevolezza, infatti, è ottima, forse addirittura superiore a quella della Classic e senza dubbio più accentuata rispetto alla Nevada. Rispetto a quest’ultima, la geometria dello sterzo prevede un cannotto inclinato di 27°50’, che favorisce un’azione più precisa da parte della forcella Marzocchi con steli da 40 mm, laddove i due ammortizzatori posteriori, regolabili nel precarico molla, garantiscono un’escursione di 118 mm. Sul misto, infatti, questa V7 si destreggia abbastanza bene e regala anche qualche soddisfazione compatibilmente con l’aderenza dei pneumatici di primo equipaggiamento, i Metzeler Lasertec nelle misure di 100/90-18” e 130/80-17”, sviluppati per un utilizzo non certo esasperato, al quale questo modello è destinato. Buona è la visibilità e la chiarezza della strumentazione (la stessa della Nevada), caratterizzata da un’impostazione abbastanza classica, con contagiri e tachimetro analogici ciascuno dei quali contiene un piccolo display digitale con le funzioni d’orologio, temperatura esterna, contachilometri totale e parziale, più le varie spie di servizio posizionate nella parte alta. Gli specchietti sono di pregevole fattura, ma non assicurano una visibilità ottimale, oltre a essere affetti da qualche vibrazione di troppo. In fin dei conti, si tratta di un modello ben riuscito, che con pochi elementi fondamentali assume un carattere ben preciso, sia a livello estetico che dinamico. Una moto dalle caratteristiche oneste che, tuttavia, in virtù di un prezzo d’acquisto di poco inferiore agli 8000 Euro, riuscirà difficilmente a sottrarre clienti alla concorrenza creando nuovi guzzisti. Viceversa, è probabile che chi non cerca prestazioni eclatanti e possiede magari una vecchia “serie piccola”, come ad esempio la V35, possa trovare nella Café un ottimo pretesto per rinnovare la propria passione verso il marchio dell’Aquila, a maggior ragione adesso che rottamando un veicolo a due ruote si ha diritto a un ecoincentivo di 500 Euro sull’acquisto dei modelli con meno di 60 kW in regola con la normativa Euro 3, tra i quali c’è appunto anche la V7 Classic Café.




 


 

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