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Dr. John e Mrs. Daytona
Come nasce il mito della Guzzi Daytona (prima parte)
Di Stefano Ferrigno

La storia della Moto Guzzi parla di successi sportivi, di mezzi altamente competitivi e di motociclette dal fascino intramontabile. Purtroppo, l’evoluzione tecnologica, se da un lato migliora quotidianamente la qualità della vita, dall’altro nel giro di un decennio relega nell’obsolescenza ciò che un tempo era lo stato dell’arte; è l’ineluttabile destino dei mezzi meccanici, il cui fascino imperituro non può supplire al passare degli anni e alla vecchiaia, un po’ come accade per le belle donne.
Ancora nel corso dei primi anni ’80, le Guzzi erano moto ammirate e sognate nelle vetrine dei concessionari, mentre le prime avvisaglie di un'inarrestabile invasione nipponica portavano foschi presagi.
La Le Mans era una sportiva blasonata che occupava un posto di rilievo nel cuore degli appassionati, ma una ciclistica migliorabile e un motore dalle prestazioni ormai non più così esaltanti iniziavano ad appannarne l’immagine.
Mentre in Italia non si faceva nulla di concreto per correre ai ripari, dall’altra parte dell’oceano un dentista con le mani ormai irrimediabilmente sporche di grasso riusciva a mietere allori nei vari campionati AMA/CCS.
John Wittner, Dr John per gli amici, faceva tutto in casa, con solo una piccola spinta da parte della Moto Guzzi americana (evidentemente più lungimirante della “nostra”) e sarebbe stato proprio il suo estro a dare il via all’ultimo progetto vincente del secolo della casa di Mandello e ai modelli da questo derivati, su cui si basa l’attuale produzione.
Ciò di cui le sportive della vecchia guardia difettavano erano anzitutto le prestazioni. Come anche i Ducati, i bicilindrici Guzzi iniziavano a sentire il peso del tempo, con l’aggravante, rispetto ai concorrenti bolognesi, di un peso maggiore e di un'architettura che non lasciava molto spazio all’aggiornamento (il buon Taglioni quando realizzò il motore Ducati Pantah guardò talmente avanti che i moderni Testastretta da 140 Cv/litro ne condividono ancora la struttura).
In ogni caso, sul piano prestazionale il bicilindrico raffreddato ad aria e due valvole non offriva grosse prospettive di sviluppo e questo probabilmente era uno dei problemi del team Wittner.
Ma la maggiore intuizione, sin dalle prime motociclette realizzate su base Le Mans, il Dr. John la ebbe per quanto riguardava la ciclistica; accantonata la classica e obsoleta doppia culla che avvolgeva il motore, il geniale ex-dentista affidò il grosso del lavoro a una singola trave a sezione rettangolare disposta obliquamente dentro alla V dei cilindri, collegata ai bracci posteriori tramite due piastre in lega leggera imbullonate a un corto tubo circolare trasversale.
Il forcellone era a doppio braccio di tipo Cantilever con un singolo ammortizzatore, mentre la trasmissione era lasciata indipendente in modo da eliminare gli effetti della coppia di reazione grazie a un albero che correva parallelo al forcellone (nulla di nuovo oggi, viste le moderne evoluzioni dei bicilindrici a cardano).
Il telaio, così strutturato, permetteva la centralizzazione delle masse, insieme all’irrigidimento dell’intera struttura, dove il robusto propulsore fungeva da elemento stressato.
In una volta sola erano stati risolti i grossi limiti dei telai tradizionali: maggiore rigidezza, massima accessibilità meccanica, migliore distribuzione dei pesi, oltre alla possibilità di poter montare il gruppo propulsore disassato rispetto alla mezzeria della moto così da poter installare cerchi e pneumatici di sezione maggiorata adeguati all’uso agonistico.
La struttura del bicilindrico era stata infatti definita in periodi in cui le potenze in gioco erano assai inferiori a quelle espresse dalle successive elaborazioni, e in cui, conseguentemente, le gommature previste erano di sezione decisamente ridotta. La trasmissione ad albero, e la particolare disposizione degli organi sul bicilindrico lariano, non avrebbero permesso di risolvere il problema, a meno di ricorrere a un simile stratagemma.
L’assenza di elementi strutturali al di sopra del propulsore, inoltre, permise di collocare quest’ultimo il più in alto possibile senza alzare sensibilmente il baricentro dato che il telaio si sviluppava all’interno della V. Ciò per ottenere la maggior luce a terra possibile in vista dei sempre maggiori angoli di piega ottenibili in gara con le moderne coperture.
La motocicletta sviluppata da Wittner era molto più che una special. Era chiaramente il futuro della Moto Guzzi, la strada da seguire per rilanciare in campo sportivo e commerciale il blasone di Mandello del Lario.
Fu per questo che la fabbrica in prima persona si interessò al progetto grazie allo stesso italo-argentino Alejandro de Tomaso, allora “gran capo” da quelle parti vicino al lago, e non sempre uomo in grado di prendere le scelte migliori per la Casa. In questo caso però l’opportunità era evidente, alla luce degli enormi successi agonistici della moto americana, in particolare per risolvere l’unico problema residuo, quello prestazionale.
Come abbiamo già detto, infatti, i vecchi propulsori Le Mans, pur con le doverose elaborazioni, raggiungevano prestazioni più che dignitose in gara (tra i 95 e i 120 Cv), ma senza offrire le dovute garanzie di affidabilità necessarie per la produzione di grande serie.
La motocicletta in fieri doveva essere all’altezza delle concorrenti ed eventualmente fornire ulteriori margini di elaborazione in campo sportivo, anche perché la concorrenza era agguerrita e la ciclistica aveva tutto il potenziale per raggiungere grandi risultati.
La strada da percorrere, mantenendo salda l’architettura classica dei grossi bicilindrici Guzzi, era quella dell’incremento del rendimento volumetrico del propulsore, principalmente attraverso l’adozione di una distribuzione plurivalvola e dell’iniezione elettronica.
Le quattro valvole per cilindro avrebbero permesso di migliorare sensibilmente le prestazioni agli alti regimi, ammettendo il raggiungimento di valori di potenza elevati. Il problema principale era, allora, come conciliare la geometria del vecchio due valvole con le esigenze del nascituro, dato che sarebbe stato assurdo mantenere il singolo albero a camme centrale con aste e bilancieri.
L’Ingegner Todero, cui fu affidato l’oneroso compito della progettazione del nuovo propulsore, sviluppò dapprima un prototipo a doppio albero in testa: la soluzione più conveniente e immediata, che tuttavia mal si conciliava con i già notevoli ingombri trasversali del bicilindrico, il quale, in questo modo, cresceva in altezza elevando il baricentro dell’insieme.

Per lasciare invariate le dimensioni complessive del gruppo propulsore, si ricorse allora a un sistema misto, complicato ma decisamente ingegnoso. I bilancieri e le aste dei vecchi motori rimasero, quasi a voler sottolineare la continuità col passato, ma ridotti ai minimi termini: i primi vennero chiaramente ridisegnati per azionare due valvole in più, mentre le aste divennero, nella sostanza, delle corte punterie.
Infatti, gli assi a camme diventarono uno per ogni cilindro, posizionati “quasi” in testa, ovvero lateralmente alle valvole dentro la V dei cilindri, consentendo così di contenere l’altezza degli stessi. Tali alberi erano azionati da cinghie dentate secondo uno schema simile a quello definito da Taglioni per i motori Ducati, ovviamente però posizionate sul lato anteriore e alloggiate in due carter che rendevano immediatamente riconoscibile il propulsore rispetto a ogni creazione precedente.
Quindi, la puleggia motrice delle due cinghie, onde contenere la lunghezza delle stesse e i problemi a questa connessi, era collegata all’albero motore con una cascata di ingranaggi, a chiudere la catena cinematica della distribuzione.
Uno schema senza precedenti, che contemplava tre dei principali tipi di distribuzione comunemente utilizzati nella tecnica motoristica.
La presenza delle cinghie e degli ingranaggi proponeva anche una maggiore facilità di manutenzione e registrazione, cosa sempre auspicabile su un motore sportivo. Sul fronte prestazionale, le piccole aste avevano un peso irrisorio, quindi trascurabile nel computo delle masse in moto alterno, anche agli alti regimi, consentendo di sfruttare le potenzialità delle 4 valvole e di raggiungere valori di potenza superiori. Le premesse erano ottime: un nuovo propulsore più potente e solo poco più pesante e ingombrante, senza bisogno di ulteriori modifiche alla meccanica.
Fermo restando, infatti, che l’impostazione del motore doveva rimanere quella dei vecchi bicilindrici, la ricerca di migliori prestazioni avrebbe spinto verso l’adozione della trasmissione finale a catena.
Tuttavia, anche Wittner, su tutte le sue realizzazioni, aveva sempre preferito mantenere l’originale complessa e pesante struttura ad albero.
Apparentemente, questo poteva sembrare un controsenso su una moto sportiva, dato che la finale a catena offre maggior leggerezza, minor assorbimento di potenza insieme a un'estrema facilità e rapidità di manutenzione e nella variazione del rapporto finale (il che permette di adeguare il veicolo alle diverse condizioni di utilizzo e del circuito), ma il Dr. John aveva tutte le sue ragioni: anzitutto, i componenti originali erano qualitativamente validi e garantivano comunque una discreta affidabilità anche in pista, e poi egli aveva verificato come il rendimento di una tradizionale catena a rulli in presenza di elevata coppia motrice precipitasse sensibilmente dopo circa 30 minuti di utilizzo (andando a dissipare anche 15-20 cavalli), il che poteva essere tollerabile per gare brevi, ma era assolutamente inaccettabile per le gare di durata per cui l’ex dentista americano aveva progettato le sue moto.
Altro capitolo, il sistema di scarico: Wittner aveva da sempre sostenuto che per fare andar forte una Guzzi bastava farla respirare meglio. In quest’ottica, la base delle sue preparazioni sportive era sempre stata l’abolizione del complesso di aspirazione e la revisione dello scarico, con particolare attenzione alla compensazione tra i due cilindri.
Ecco perché, sin dai primi prototipi, si seguì lo schema delle moto da competizione, con particolare attenzione alla progettazione della scatola filtro, la cui presenza era obbligatoria sul futuro modello di grande serie.
La genesi della Daytona era completata; iniziava la delicata fase dello sviluppo del prototipo sino alla presentazione del modello stradale definitivo, il cui ritardo sul mercato fu forse l’unica causa importante del tiepido successo decretato da parte del pubblico.

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