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COMPLIMENTI PER LA TRASMISSIONE
I segreti della trasmissione automatica Guzzi
Di Stefano Ferrigno

Una casa motociclistica con una lunga storia alle spalle può vantare al suo attivo la costruzione di mezzi esclusivi e particolari che, per le loro caratteristiche, non sfigurerebbero neanche su un trattato di meccanica.
È questo il caso della Moto Guzzi, che tra le tante prelibatezze realizzate sia negli anni del pionierismo meccanico che in quello della travolgente evoluzione tecnologica degli anni ’70, ha prodotto un pezzo veramente memorabile, forse l’unico vero esempio nel suo genere: la moto a trasmissione automatica e convertitore idraulico di coppia.
Negli anni in cui i variatori, oggi onnipresenti su scooter d’ogni cilindrata e dimensione, erano dispositivi riservati a pochi e complicati mezzi (anche a quattro ruote…), e comunque non esistevano ancora le tecnologie per la loro applicazione su motori d’elevata potenza specifica, chi sperimentava questo tipo di trasmissioni ricorreva a sistemi di tipo idraulico del genere di quelli già impiegati sugli autoveicoli e sui mezzi d’opera.
Una tipologia di non facile conciliazione con l’ambito motociclistico, dato l’ingombro di simili meccanismi e il loro elevato assorbimento di potenza: tutto ciò fu però realizzato, e con discreto successo, dalla Moto Guzzi con la sua Idroconvert 1000.
L’obiettivo fondamentale di questo progetto era quello non solo di eliminare il cambio di velocità a comando meccanico, ma di accoppiarvi anche i vantaggi di un convertitore di coppia idraulico, al fine di variare la coppia erogata dal propulsore in funzione della velocità di rotazione e ridurre così il numero di rapporti necessari. Per meglio comprendere il funzionamento del dispositivo è bene ricordare quale sia la funzione del cambio di velocità nei mezzi a motore, e in base a quali parametri possa essere scelto il numero dei rapporti e la loro spaziatura.
Non sempre la velocità di rotazione fornita dall’apparato motore di una macchina può essere integralmente sfruttata dagli organi utilizzatori. Ciò è particolarmente vero per i motori alternativi a combustione interna, come quelli montati sulle moderne motociclette: i motori a ciclo otto (ovvero quelli alimentati a benzina) soffrono di un campo di velocità piuttosto limitato entro cui forniscono valori di coppia fruibile. Il che vuol dire che il regime d’utilizzo è sempre molto limitato rispetto alle necessità: occorre allora che il motore rimanga sempre intorno a tale regime di rotazione, mentre la trasmissione possa ruotare a velocità molto minori o eventualmente maggiori.
Ciò perché agli organi di consumo sono richieste velocità e potenze enormemente variabili nel tempo, soprattutto alle basse velocità e alla partenza, quando il loro movimento alla velocità del motore risulterebbe pericoloso ed incontrollabile. Soprattutto in virtù dell’alta velocità dei motori odierni, un diretto collegamento del motore con gli apparati d’utilizzazione sarebbe dannoso per entrambi. Per tutte queste ragioni, nella trasmissione del movimento fra motore e utilizzatore s’interpone un cambio di velocità, che può essere a comando manuale o automatico: in ogni caso, però, il collegamento viene effettuato principalmente attraverso ruote dentate (fanno eccezione i variatori continui). La velocità è dunque regolata dal rapporto tra le velocità angolari dei due alberi, che uguaglia in valore assoluto l’inverso di quello tra i denti dei rispettivi ingranaggi.
Il numero di alberi in gioco è condizionato dalla duplice necessità di non avere rapporti di trasmissione elevati, poiché in tal caso si porterebbero gli ingranaggi a una rapida usura e si sottoporrebbero gli alberi ad un momento torcente troppo elevato che supererebbe la resistenza del materiale, e dall’altra parte dal fatto che, col crescere del numero delle trasmissioni, cresce anche la perdita di potenza dovuta all’attrito.
Lo scopo del progetto I-Convert, denominato così ovviamente perché dotato, come già detto, di un convertitore idraulico di coppia, era dunque quello di semplificare il funzionamento del motociclo, a tutto vantaggio della guida turistica e a pieno carico. Ciò si realizzava mediante l’inserimento, all’uscita dell’albero motore, di una serie di palettature, immerse in speciale fluido ad alta densità, con il compito di adeguare gradatamente il momento motore al momento resistente fornito dall’inerzia del veicolo. A tale organo era accoppiato un cambio di tipo tradizionale, ma a due soli rapporti, per le alte e basse velocità.
Ancora oggi, a dispetto delle scadenti prestazioni dovute al basso rendimento del propulsore e al peso di oltre due quintali e mezzo del solo veicolo, il sistema rappresenta un raro esempio di funzionalità.
Vediamone il funzionamento nel dettaglio. In una stessa camera sono alloggiate una pompa e una turbina. La prima è calettata sull'albero motore e la sua palettatura è affacciata a quella della turbina, collegata all’albero condotto. L’olio posto in movimento dalla pompa investe le pale della turbina trascinandola in rotazione. In questo passaggio l'olio perde velocità e incontra la palettatura fissa (distributore) di cui è munito l'interno della carcassa, che lo invia di nuovo verso la pompa dove il ciclo ricomincia.
Lo statore (distributore) è l’elemento chiave del complesso, che differenzia essenzialmente il convertitore idraulico da un semplice giunto: la sua funzione principale è quella di assorbire la reazione dovuta alla differenza fra la coppia dell'albero motore e quella dell'albero condotto, ovvero tra pompa e turbina. In sua assenza (caso del giunto idraulico), la coppia motrice verrebbe trasmessa senza variazione tra i due alberi.
Questo è quello che avviene nei mezzi d’opera, per lo più dotati di uno statore/rotore, vincolato alla scatola della trasmissione mediante un sistema a ruota libera in grado di permetterne la rotazione (e dunque di eliminarne l’efficacia) quando la differenza di velocità tra pompa e turbina è trascurabile.

La trasmissione della coppia è pertanto in funzione della velocità del movimento circolatorio dell'olio, che raggiunge il suo massimo quando la turbina è ferma. Ovviamente quando il ciclo si inverte, nella marcia in discesa, ad esempio, oppure in freno motore, le funzioni delle due giranti si invertono, per cui la turbina funziona come la pompa, frenando il motore.
In conclusione, il sistema I-Convert non solo sostituisce la frizione tradizionale, permettendo l’innesto e la trasmissione del moto tra il motore e la ruota, ma consente di adottare cambi con minor numero di marce di quelle che sarebbero necessarie se si utilizzasse un cambio completamente meccanico (dove la coppia disponibile all’albero secondario è sempre e comunque quella erogata dal propulsore a quel determinato regime), essendo di fatto in grado di aumentare la coppia prodotta dal motore (incremento accompagnato da una diminuzione della velocità di rotazione), assicurando allo stesso tempo il collegamento, pur nel caso di differenze tra le velocità di rotazione dell'albero di entrata e quello di uscita, anche di rilevante entità.
Tra i difetti di una simile soluzione, oltre al già citato notevole ingombro e all’aggravio di peso, occorre rimarcare come un simile dispositivo generi un collegamento “elastico” tra motore e trasmissione che non regala eccessiva confidenza al pilota e mortifica ogni velleità di guida sportiva. Come sempre tutto dipende da chi regge il manubrio: ecco perché alcune I-Convert sono state negli anni “convertite” al cambio tradizionale, mentre altre hanno continuato a macinare chilometri sino ai giorni nostri.

 

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