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EDITORIALE

In Italia siamo molto bravi a rovinare anche quello che va bene, mentre abbiamo la tendenza a proteggere, quasi a conservare, quello che non funziona: questo è quanto ci è venuto in mente analizzando ciò che sta succedendo con il Trofeo Guzzi.
Come molti di voi sapranno, si tratta (si trattava?) di una bellissima manifestazione organizzata grazie all’impegno e alla passione di Mario Arosio, presidente del Moto Guzzi World Club, e di Antonio Idà, validissimo organizzatore di questo come di tanti altri eventi targati Moto Guzzi.
Il Trofeo aveva dato modo a tutti gli amanti della pista di portare alla ribalta le loro bicilindriche, siano esse moderne o vintage: il tutto in un clima molto amichevole, visto anche che, pur essendo a tutti gli effetti una gara, questa si svolgeva in un contesto di regolarità, dove si premiava la costanza nei tempi sul giro, piuttosto che il passare per primi sotto la bandiera a scacchi.
Il risultato? Griglie piene di piloti, anche in un momento economico non proprio felice come quello di questi anni. Del resto, per partecipare bastava il certificato del medico di famiglia, una tessera FMI a costo ridotto e poche centinaia di Euro per iscriversi alla gara e affrontare le spese di trasferta.
Da quest’anno, il tutto è passato sotto la diretta organizzazione della Federazione Motociclistica Italiana che, dispiace dirlo, ha creato non pochi problemi: prima di tutto, ora occorre la licenza vera e propria, con tutto quello che sottintende dal punto di vista economico e burocratico (visita medico agonistica più encefalogramma). Inoltre, il calendario (fra l’altro comunicato solo a marzo) è articolato in modo un po’ bizzarro, con la prima gara ad aprile e la seconda a fine settembre: come dire che l’estate per andare in moto non va bene, troppo facile!
Tutto questo determina senz’altro un po’ di disaffezione verso chi viveva questa manifestazione come una simpatica parentesi nel tran tran quotidiano: un modo divertente per passare un weekend diverso, di rivedere volti amici, riannusare l’odore di benzina e olio bruciato, sfogare in modo sano e sicuro la propria voglia di corsa e velocità: fra l’altro, tutte cose che la FMI dovrebbe incentivare quanto più possibile, destinando tutte le risorse nel togliere i motociclisti dalla strada e portarli in pista, senza disperderle nella pratica agonistica professionale, soprattutto in un periodo di vacche magre come questo.
E’ ovvio che una licenza agonistica mal si combina con la passione del semplice amatore, che si vuole divertire senza impazzire in mille obblighi: certo, immaginiamo che ci siano vincoli assicurativi e quant’altro, ma trovare una formula come la licenza giornaliera, con tanto di visita medica effettuata direttamente in pista (cosa che fanno regolarmente le altre Federazioni nazionali), non sarebbe possibile?
Questo è il momento in cui a tutti è chiesto di rinnovarsi, abbandonando le posizioni di comodo, le facili imposizioni dall’alto: si diffonde il diritto che chi è sopra di noi è al nostro servizio, non viceversa. Una tale visione, che definisce tutti come cittadini e non come sudditi, non deve impegnare solo le grandi sfere della politica, ma anche tutte le realtà che hanno il potere di dettare regole e comportamenti, proprio come è nelle corde della FMI.
Ora, per tutti, è venuto il momento di ascoltare, non è più il caso di fare come più conviene, come è più semplice.

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