
Le
avevo dato un’occhiata di sfuggita – era troppo bella per
me -, come si fa talvolta con una donna di quelle che ti fanno abbassare
subito lo sguardo. Erano giorni che passavo davanti alle vetrine dei
concessionari, come fanno gli squali, ma non mi decidevo ad attaccare.
Non entravo neanche: mi accontentavo di ammirarle da fuori. La pila
dei depliants sul comodino cresceva e infastidiva mia moglie. Dopo la
fine del glorioso Cagiva Elefant 650, il sostituto era ormai da più
di un mese l’abbonamento all’autobus. Autobus, qualche centinaio
di metri di slalom fra le cacche di cane sui marciapiedi, ed ero a lavoro.
Di colpo ero un motociclista senza la moto; avevo anche smesso di mettermi
la giacca Dainese, quella che portavo estate e inverno (lavandola ogni
tanto la domenica, sia chiaro!).
Miracoli dell’imbottitura staccabile. Mi era anche capitato di
incrociare qualcuno, salutarlo, e sentirmi dire: “Ciao! …senza
la moto non ti avevo riconosciuto!”.
Senza la moto: era questo il semplice e spietato nocciolo della questione.
Ma c’era un’altra cosa che mi dava fastidio e non potevo
fare nulla per evitarla. Tutti quelli che mi conoscevano, tutti quelli
che erano abituati a vedermi arrivare da qualche parte con il mio Elefant
anche sotto il diluvio, pendevano dalle mie labbra e si aspettavano
di vedermi di nuovo in sella. Situazione imbarazzante. Budget da una
parte e cuore dall’altra.
La soluzione meno dolorosa per il portafoglio era una delle decine di
moto giapponesi usate, delle quali avevo sempre riconosciuto il valore,
ma che mai avevano fatto scattare in me quella scintilla che accende
l’entusiasmo.

Lei
però, dal concessionario, non l’avevo che guardata di sfuggita:
era troppo per me e per le mie finanze. Ero in ferie in quel periodo
e - nonostante il tempo a disposizione - traccheggiavo, ormai rassegnato
a rinnovare l’abbonamento dell’autobus.
Pressato da mio fratello, avevo comunque accettato di trovarmi con lui,
un sabato pomeriggio, per andare – sul serio – dal concessionario
Moto Guzzi di Pisa.
“Convinto!” – mi ero detto, e infatti, con la scusa
che dovevo preparar cena per degli amici, alla fine gli avevo dato buca!
La sagoma arancione dell’autobus prendeva di nuovo sempre più
corpo, per un altro mese e chissà quanti ancora. Ero alle prese
con il trito di cipolla, per preparare un sughetto per gli spaghetti
che avrebbe resuscitato un morto, quando sento aprire la porta: “Ci
sono stato: hanno una V11 Sport rossa del 2001. Se non la compri sei
un coglione!”.
Mi giro e dico: “Buona-sera!”, sottolineato tre volte, a
mio fratello.
Lui, dal concessionario c’era stato lo stesso. La mia scintilla
era arrivata: quella che mi avrebbe fatto svegliare di buon ora il lunedì
mattina per andare dal concessionario. Era lei, quella del 2001. Quella
che avevo solo guardato di sfuggita, per la quale io ero stato la volpe
e lei l’uva.
Moto Guzzi V11 Sport Rosso Mandello, così splendente da non farmi
accorgere che era una moto d’occasione. “Sono qui per farmi
convincere a comprare una moto!”, avevo esordito dal concessionario,
ma si capiva, credo, che ero già convinto. Per farla breve, nel
giro di mezz’ora ero diventato proprietario di una V11: un sogno
dal quale sarei venuto fuori solo a poco a poco.
Sì, perché era successo tutto così in fretta che,
dopo giorni e giorni di tentennamenti, correzioni di tiro, ragionamenti,
giornali, parole, schede tecniche, cavalli e dati, non riuscivo a rendermi
conto che avevo coronato un sogno che durava da quando esiste la V11.
Mi avevano affascinato da subito le linee così essenziali (e
personali, nello stesso tempo), quel motore che tracimava da ogni parte,
il codone: era la maggiorata tradotta in motocicletta e se, da bambino,
avevo mai disegnato una moto, le avrebbe certo somigliato.
Adesso era mia, Rosso Mandello, Special Edition, con tutta quella fibra
di carbonio in giro; mi sarei accontentato di molto meno e questo mi
bloccava. Lo capiva mia moglie, per la quale avrei dovuto fare salti
fino al soffitto e non si spiegava il perché invece non li facessi;
era arrivata all’apice della confusione quando, tranquillo come
una pianta secolare, le avevo annunciato che a ritirare la moto sarebbe
andato mio fratello e non io.
Si era chiesta il perché, ma non lo sapevo neanche io. Era come
se facessi fatica a trasportare la V11 dalla sfera dell’immaginario
a quella del reale.
Forse l’avevo sognata troppo, o forse avevo il pudore di aver
speso risorse familiari nell’irrazionalità di una moto
piuttosto che nella logicità di un’automobile.
Andavo dicendomi, infatti, che avevo dato prova al mondo che mi stava
intorno di usare la moto con ogni condizione atmosferica, che, in fondo,
viaggiando sempre da solo, la moto era il mezzo più giusto.
Ma la realtà che mi sbatté di fronte mia moglie dall’altro
capo del telefono, mentre ero a lavoro, era che, Adriano, mio fratello,
aveva ritirato la moto.
Così, quella sera, feci lo slalom di cui sopra, presi l’autobus
per l’ultima volta e dopo cena, con una calma che disorientava
sempre più mia moglie, andai a prendere la mia moto a casa di
Adriano.
Lo trovai raggiante: “Un tizio mi ha fermato, è corso in
casa per prendere la macchina fotografica per fotografare la tua moto!”.
Quel “tua” mi suonava strano, al limite del fastidioso.
Volle che la provassi subito e fu un dramma: sorridevo dentro al casco
e mi dicevo: “Ansia da prestazione!”.
Infatti, in quella prima presa di contatto, mi si spense tre volte,
una delle quali davanti al bar del paese, affollato di gente che si
era girata al rumore - come di un tuono lontano - del bicilindrico di
Mandello.
Che bella figura di m… ! Riaccendere il motore, con la testa bassa
nel provvidenziale casco integrale, e sparire dalla loro vista fu un
batter di ciglia.
Ero di vetro: se fossi caduto, avrei consigliato la scopa al posto della
barella ai soccorritori. Poi, quella posizione di guida così
diversa dalla mia moto da enduro; già, perché pensavo
ancora all’Elefant come alla mia moto…
Dovetti fermarmi e fumare una sigaretta, girando attorno alla moto,
passando il dito sulle linee sinuose del serbatoio. Quando mi decisi
a risalire in sella era già un altro paio di maniche.
Adesso mi sentivo più sciolto, e la moto non si spense più.
Dedicato a chi sogna così forte che si sente il rumore (come
quello di un tuono lontano).

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