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LA VERA NORGE
Di Giovanni Battista De Nisi

Non esistono prove, ma probabilmente, nell’estate del 1928, gli artefici della 500 GT Norge, Giuseppe e Carlo Guzzi, furono colti da un intimo desiderio di fama. “Grazie a questa moto - potrebbero essersi detti - finiremo sulla radiovisione (leggasi TV ndr) di John Logie Baird, che sta iniziando a trasmettere immagini oltreoceano.”
Il geniale scozzese aveva creato un programma televisivo e perché i fratelli lombardi non avrebbero dovuto goderne? D’altra parte, la loro realizzazione meritava il massimo riconoscimento.
La prima grand tourer mandelliana, che si fregiava di un’integrale sospensione elastica al posteriore, progetto sul quale stavano lavorando fin dalla metà del 1926, era stata esposta a gennaio al Salone di Milano.
Per una sorta di gioco delle corrispondenze, nel 2006, settantotto anni dopo, nella stessa cornice si è ttenuto il debutto della Norge 1200, interpretazione mo-derna dell’illustre progenitrice.
Tecnologicamente avanzata, anche la Norge 1200 ha determinato un vero “tam tam mediatico”, come sul finire degli anni Venti avvenne per la 500 GT Norge, in seguito all’impresa di Giuseppe Guzzi. Habitué delle lunghe percorrenze, il responsabile dell’organizzazione della Casa di Mandello si rese protagonista di un viaggio impegnativo, la Mandello - Trondheim - Mandello, più di 6000 chilometri percorsi in ventotto giorni.
Al ritorno, la moto, che non aveva accusato alcun inconveniente, conquistò la reputazione di affidabile e l’appellativo Norge, come il dirigibile sul quale Pietro Nobile e Roald Engelbert Amundsen, due anni prima, avevano sorvolato il Polo Nord.
Potenziali acquirenti di un mezzo così sicuro e confortevole erano coloro che per recarsi al lavoro dovevano coprire lunghe distanze sulle strade sconnesse di allora, oltre ai reparti motorizzati dell’esercito, ai quali poteva essere offerto con buoni ritorni economici.
Eppure, né l’ideatore Giuseppe, né Carlo, né tanto meno la Norge trassero beneficio dall’interesse manifestato dalla stampa verso il “tour polare” e gli investimenti pubblicitari messi in atto.
Fino al 1930, ovvero per tutto il periodo di commercializzazione, ne vennero prodotti 320 esemplari.
I primi 78 esemplari per l’impiego civile, appartenenti alla prima serie, quella con il propulsore e le specifiche tecniche della Sport 13 (mentre gli altri riprendevano quelle della Sport 14), erano caratterizzati da una livrea rossa.
Le 242 Norge commissionate dal Regio Esercito, invece, erano più alte da terra per l’introduzione di una lunga forcella di colore verde, non avevano gli estetici filetti dorati e venivano identificate dalla lettera E. In precedenza, non avevano ottenuto maggiore fortuna quei costruttori che avevano approntato un sistema di molleggio alla ruota posteriore: la Minerva nel 1903 e poi, Terrot nel 1909, Indian e Pope nel 1913, Matchless l’anno seguente, ABC nel 1919, Della Ferrera nel 1920, NSU nel 1921 e, infine, la Ner - A - Car nel 1926.
Uno dei motivi dello scarso favore riscontrato dai motociclisti era il diffuso scetticismo che portava a prediligere due ruote dal telaio rigido in grado di trasmettere essenziali sensazioni di stabilità.
Forse l’introduzione del retrotreno ammortizzato integralmente appariva come un precorrere troppo i tempi e eccetto per la GT 16 del 1931, dotata di tale innovazione, e del motore della Sport 15, della quale si vendettero 754 esemplari in tre anni, per la sua affermazione definitiva bisognava ancora attendere qualche anno.
La tendenza, infatti, mutò dopo la vittoria al Tourist Trophy del 1935 da parte delle Moto Guzzi 250 e 500 fornite di sospensione elastica al posteriore: riprova di quanto influiscano sull’utenza le novità tecniche applicate sui modelli da competizione.
Attualmente, la 500 GT Norge, dall’inconfondibile sonorità emessa dallo scarico Alfa a tronco di cono, incarna il sogno di appassionati e collezionisti. Se ristrutturata in modo mirabile, la quotazione è di oltre 20.000 Euro.
Certamente tanti, ma ciò può non sorprendere per i pochissimi esemplari realizzati e per la difficilissima reperibilità.
Arricchita da accurate finiture, al momento del suo ingresso sul mercato il suo costo superava abbondantemente quello delle Sport 13 e 14, che la affiancarono nella sua breve vita.
Marcello Cogorni di Deruta, in provincia di Perugia, è il proprietario della moto che appare in queste pagine, con omologazione ASI immatricolata nel 1928.
Essa è stata impreziosita grazie a un restauro praticamente perfetto; definirla bella si rivela davvero riduttivo, poiché ha carisma da vendere.
Punta di diamante della Norge è il telaio elastico (al debutto con la sigla M1), brevettato dalla Moto Guzzi e così innovativo da essere premiato dal Ministero dell’Industria nell’ambito della rassegna delle invenzioni italiane svoltasi nella Capitale.


 

Riferimento per la concorrenza e impiegato, apportando pochi adeguamenti, sui modelli successivi della Casa fino al Falcone, il telaio è a doppia culla chiusa in piastre e lamiere d’acciaio.
Sotto al motore, una struttura in lamiera stampata si protrae verso il retrotreno, dove viene fissata al telaio, e un perno girevole in bronzine permette di infulcrarvi l’innovativo forcellone oscillante a profilo triangolare, che deve alla sua larghezza la valida stabilità e rigidità torsionale.
I bracci inferiori sostengono dei lunghi tiranti d’acciaio i quali, tramite una piastra, comprimono quattro molle ricoperte di grasso, poste in un contenitore sotto il cilindro in modo da costituire la parte bassa del telaio stesso, che dal 1929 apparirà con il cannotto più alto.
Una coppia di ammortizzatori a frizione “B & D”, a compasso regolabile, ottimizzano la sospensione posteriore dall’escursione di 110 mm; essi sono ancorati, come il parafango, a due elementi laterali triangolari fissati al tubo reggisella.
All’avantreno opera una forcella a parallelogramma a tre molle dall’escursione di 50 mm, già in uso sulle Moto Guzzi da gara del 1926: nel 1929 sarà proposta con misure mutate e il perno ruota esattamente in asse.
Si avvale di ammortizzatori a frizione regolabili e del frenasterzo, considerato opzionale nel 1928, in seguito divenuto di serie al pari delle gomme a balloncino da 3,50 x 19” sia davanti che dietro, abbinate ai cerchi in acciaio con canale dai bordi arrotondati.
Sulle ruote trovano collocazione i freni a tamburo laterale, con l’anteriore realizzato dalla British Hub e, in un secondo tempo, dalla stessa Moto Guzzi, che interviene pure sul mozzo, introducendo un bordino parapolvere al piatto portaceppi, nichelato al pari del carter catena e degli altri elementi specchianti.
L’impianto elettrico rappresentava un accessorio oggetto di sovrapprezzo, a magnete dinamo Bosch da 30 Watt e, successivamente, quello a dinamo separata della Miller da 27 Watt. Issata sul poco pratico cavalletto centrale, perfezionato negli anni dalla Casa di Mandello, vedendo la moto frontalmente risalta la presenza del faro tondo della Bosch, insieme ad altri componenti come i paragambe, protettivi e inglobanti le pedane in lega leggera, l’opzionale contachilometri circolare della Jaeger con presa a ingranaggi alla ruota, e il manubrio, molto largo e incurvato all’indietro.
Quest’ultimo, progettato per ben destreggiarsi sulle strade sconnesse, mantenendo sotto controllo le due ruote, rende però impacciate le manovre a motore spento, e presenta dei comandi scomodi e non intuitivi: dalle leve di frizione e freno anteriore a quella dell’alzavalvole, dal manettino dell’anticipo a quello doppio di aria e gas del carburatore.
In basso, sulla sinistra, affiancati al caratteristico volano, si trovano il pedale del freno posteriore da azionare con il tacco e la pedivella per la messa in moto, mentre la leva del cambio a mano e il selettore dentato sfiorano sulla destra il serbatoio sottocanna.
Della capacità di dieci litri, esso viene sormontato dalla cassetta porta attrezzi con ai lati i tamponi ovali per l’appoggio delle ginocchia. A decorare entrambi, il logo Moto Guzzi e filetti dorati ripetuti sul contenitore trapezoidale dell’olio da 2,5 litri.
La capienza dei serbatoi aumenta a partire dal 1929, undici litri per il carburante e 3,3 per l’olio; in più, vengono dotati di tappi ad apertura rapida al posto di quelli a vite.
La sella triangolare della Brooks in cuoio è sorretta da molle a trazione e, al portapacchi, per il trasporto del passeggero, spesso era applicato un confortevole sellino dalla maniglia in legno.
Quasi interamente scoperto, il propulsore monocilindrico quattro tempi di 498,4 cc in linea orizzontale, raffreddato ad aria, ha misure di alesaggio e corsa di 88 x 82 mm e un rapporto di compressione di 4,5:1.
La potenza erogata, 13 Cv a 3.800 giri, richiama il motore della Sport 13, soppiantato nel 1929 da quello della Sport 14 che presenta un’alettatura maggiorata di testa e cilindro per agevolare il raffreddamento e un rapporto di compressione pari a 4,7: 1.
Dall’accensione a magnete Bosch, il sistema di distribuzione prevede le valvole contrapposte, di scarico in testa, da 45 mm, e d’aspirazione laterale, da 42 mm, comandate da asta e bilanciere e da punteria.
L’alimentazione del motore della Norge è affidata a un carburatore Amac, che nel 1929 diventerà Zenith tipo 25 HK a comando unico con manettino Bowden e nel 1930 Amal. Cuore dell’impianto di lubrificazione a carter secco è la doppia pompa di mandata a ingranaggi e di recupero a palette.
La trasmissione secondaria è a catena e la primaria, a ingranaggi elicoidali, muove la frizione multidisco in acciaio e bronzo in bagno d’olio. Il cambio a tre rapporti esige una mano tranquilla per effettuare degli innesti certamente lontani dalla rapidità moderna, ma che conferiscono al viaggio una sorta di sacralità “senza tempo”.
Nata come GT e, nonostante il suo motto fosse affidabilità e comfort, stare in sella all’elegante e imponente Norge risulta rilassante oltre ogni aspettativa, anche se la velocità massima non superava i 100 Km/h. Il propulsore è robusto, elastico e dal generoso tiro a tutti i regimi e capace di tenere il minimo ad un ridotto numero di giri, dal buon comportamento del telaio e dal sincronismo delle sospensioni deriva un’eccellente tenuta di strada. La lunghezza di 2100 mm e l’interasse di 1540 la rendono poco agile nelle curve a stretto raggio.
Il peso, intorno ai 200 Kg, e le dimensioni la penalizzano alle basse velocità e, rispetto ai coevi modelli Sport, influiscono negativamente in accelerazione e nella fase frenante.


 


 

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