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IL MITO

Quinta parte sul progetto Pantah: la 750 F1

Di Stefano Ferrigno, foto Archivio Ducati

 

Parlare di lei significa sempre riferirsi a qualcosa di veramente speciale e rappresentativo. La 750 F1 è un monumento alla storia e al blasone della Ducati, un simbolo onnicomprensivo dell’anima e del codice genetico delle motociclette di Borgo Panigale: la tour Eiffel per Parigi, il Colosseo per Roma, la Porta di Brandeburgo per Berlino, la F1 750 per la Casa bolognese, appunto.
Ciò che si può affermare con certezza oggi è che le cose sarebbero andate molto diversamente in quei primi anni Ottanta, quando non fu cavalcata l’onda dei successi sportivi di TT2 e TT1, allestendo prontamente una replica stradale delle vittoriose sportive da gara.
Ripensandoci adesso, che per le strade è persino possibile incrociare una replica nemmeno troppo diversa di una vera e propria moto da MotoGP e che siamo ormai abituati ad ammirare numerose Superbike con targa e fanali, si capisce come le cose siano cambiate.
I vertici dell’azienda, che all’epoca, è bene ricordarlo, rappresentava ancora una realtà piuttosto artigianale, mancarono di fornire la giusta attenzione al progetto, probabilmente anche a causa delle cattive acque in cui navigava tutta la “nave”, che da poco era passata sotto il comando del nuovo capitano Castiglioni.
Il prototipo dell’antesignana Superbike fu presentato già nel 1984: la linea e le soluzioni tecniche richiamavano direttamente le sportive TT, anche se molti tratti caratteristici, come il grosso faro quadrato, ne avrebbero distinto in maniera peculiare l’aspetto. Il telaio, realizzato da Verlicchi in traliccio di tubi tondi, replicava nell’architettura quello della TT2, eccetto alcune modifiche e l’aggiunta di alcune appendici per il montaggio di componenti ausiliari e del cavalletto centrale (accessorio allora ritenuto pressoché indispensabile su qualsiasi mezzo a due ruote).
A titolo di curiosità, il traliccio della TT2 era talmente compatto da non consentire l’installazione dei carter della distribuzione, soluzione questa di certo non plausibile per un modello di produzione, vista la pericolosità delle cinghie dentate in movimento per la salvaguardia sia del motore che del pilota.
Sul primo esemplare mostrato al pubblico erano adottati dei cerchi Oscam da 16” color oro e una speciale livrea che, tuttavia, non era ancora quella tricolore con cui la moto sarebbe arrivata nelle vetrine dei concessionari.
A dire il vero, parecchi sarebbero stati i particolari oggetto di rivisitazione e modifica prima della definizione del modello di serie, così come diversi furono gli aggiornamenti fatti in corso d’opera quando i primi esemplari già circolavano per le strade.
Il cuore pulsante della F1 derivava direttamente dal bicilindrico di 650 cc che equipaggiava il Pantah, portato a 748 cc grazie all’incremento dell’alesaggio fino a 88 millimetri.
Sul prototipo e sui primi esemplari, i cavalli disponibili erano poco più di 60 (per l’esattezza 62,5 a 7500 giri e 6,2 Kgm era la coppia massima a 6500 giri): tale valore, decisamente non eclatante, era figlio della scelta di montare le piccole valvole del motore 500 (da 37,5 e 33,5 mm rispettivamente per aspirazione e scarico), insieme ai carburatori da 36 mm della serie Pantah (originariamente ad aspirazione libera, vale a dire senza l’interposizione di alcun filtro!), nonché di un rapporto di compressione contenuto (9,3:1) e di una fasatura per nulla spinta (29°-80° all’aspirazione e 70°-48° allo scarico, a fronte di 50°-80° e 75°-45° del 650 da cui derivava). Le stesse teste erano, di fatto, tali e quali a quelle del 650.
Col senno di poi, sembra una contraddizione in termini che in quegli anni la Ducati abbia potuto concepire una replica sportiva depotenziandone il motore rispetto a modelli molto meno pretenziosi.
La rapportatura, invece, era praticamente mutuata dalla serie sportiva e in parte aiutava il propulsore, grazie alla primaria da 36/71 (1,97:1), a denti dritti invece che elicoidali, rispetto alla 31/69 (2,22:1) e alla quinta da 29/28 (0,966), la stessa peraltro del Pantah 350 e 650.


 



La trasmissione finale faceva affidamento su un pignone da 15 denti e su una corona da 40 denti (15/41 sulla 650 SL), il che, in ogni caso, permetteva alla F1 di superare agevolmente la soglia dei 200 Km/h.
La frizione, a secco e ad azionamento idraulico (come rimarcato dal logo HC sul carter destro che caratterizzerà tutte le serie successive sino agli anni Novanta), venne potenziata con un nuovo pacco a 16 dischi, nuove molle e nuovo piatto spingidisco, mentre il raffreddamento, oltre che all’aria, era affidato a un minuscolo scambiatore aria/olio posto sotto il faro anteriore per mezzo di lunghe tubazioni in gomma.
La ciclistica poteva fare affidamento su una forcella Marzocchi da 38 mm ad assistenza pneumatica, caratterizzata dai foderi verniciati di rosso, mentre al posteriore un singolo elemento della stessa marca (Marzocchi PVS-4) lavorava secondo uno schema Cantilever privo di leveraggi progressivi: grazie all’angolazione relativa, i 58 mm di corsa del monoammortizzatore consentivano un’escursione di 110 mm alla ruota.
Con un’inclinazione del cannotto di 26°30’ e un’avancorsa di 132 mm, l’interasse era contenuto in soli 1400 mm, il che rendeva la F1 una moto molto compatta, anche se drammaticamente lenta nell’impostazione della curva rispetto agli standard odierni.
Così, come sul prototipo, furono confermati anche sugli esemplari di produzione i cerchi Oscam verniciati in colore oro ma, dopo lunghe dispute al riguardo, per il posteriore fu scelta la misura di 18”. La F1 montava dunque all’anteriore un cerchio da 2,50x16” con pneumatico da 120/80V16 (Michelin) e al posteriore un cerchio 3,00x18” con pneumatico da 130/80V18.
Queste misure, sebbene abbastanza diffuse all’epoca, oltre a mortificare l’estetica della moto, non rappresentavano certo il massimo per un mezzo sportivo di tale levatura.
Inoltre, i cerchi stessi, a dispetto delle apparenze, erano estremamente pesanti. Aggiunti ai foderi forcella, alle pinze Brembo P2F08N e alla coppia di dischi della stessa marca con pista flottante in ghisa (280 mm all’anteriore e 260 mm al posteriore) si ottenevano delle masse non sospese decisamente elevate, il che influiva ancor più negativamente sulla guidabilità della motocicletta.
Destinata a fare breccia nel cuore degli appassionati, la linea della 750 F1 era il vero anello di collegamento tra la pista e la strada. Le sovrastrutture sembravano, come si suol dire, tagliate con l’accetta ed erano caratterizzate da una certa incoerenza formale, tuttavia il loro aspetto conferiva al mezzo un’aria molto racing.
A cominciare dal serbatoio del carburante, realizzato in pregiato alluminio, ma dalle forme tutt’altro che ricercate, con quella sagoma stretta e allungata rispetto agli ingombri generali della carenatura, il tappo di rifornimento asimmetrico e lo sfiato esterno, il tutto per di più tenuto fermo da un elastico di gomma.
Il gruppo sella-codone, squadrato e per nulla slanciato, supportava il pilota attraverso un piano di seduta dalla larghezza impressionante, con un’imbottitura “di facciata” e una forma per nulla ergonomica.
La carenatura, costituita da due soli pezzi, era poco più che artigianale: realizzata a mano in vetroresina in atmosfera libera, la sua sagoma sarebbe cambiata solo in maniera marginale nel corso degli anni. Fu da subito evidente come la F1 dovesse in qualche modo risolvere la contraddizione generata da numerose soluzioni mutuate direttamente dai mezzi da corsa con un propulsore strettamente di serie e, per di più, penalizzato in partenza da scelte costruttive assolutamente discutibili. La felice soluzione sarebbe arrivata nel giro di pochi anni.


 



 

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