
Il Cucciolo sostenne l’Italia a uscire dalla tragedia
della Seconda Guerra Mondiale. Apparso a cavallo tra il 1945 e il 1946,
fu il motore ausiliario proposto dapprima in scatola di montaggio e poi
abbinato a telai artigianali e di serie. Rimasto in produzione fino al
1958, su di esso s’incardinò la storia della Ducati.
Gli esemplari che vedete in queste pagine appartengono a Enea Entati di
Bondanello, in provincia di Mantova, luminare dei monocilindrici Ducati,
che colleziona e restaura con pazienza certosina: dal Cucciolo, passando
per il 100 del 1958, fino al 450 Scrambler del 1975. Insegnante di
meccanica alla scuola di restauro istituita dalla Ducati, tecnici del
calibro di Gian Luigi Mengoli affidano a lui i loro mezzi bisognosi
d’intervento.
Il primo micromotore nazionale postbellico scaturisce dalla fortunata
collaborazione tra Aldo Farinelli e Aldo Leoni, accomunati dal nome di
battesimo, da Torino come città natale e dal contesto lavorativo,
rispettivamente dirigente e tecnico della Siata (Società Italiana
Applicazioni Tecniche Auto-Aviatorie).
Istituita nel 1926, per iniziativa di Giorgio Ambrosini, la Siata
elaborava auto di serie, per la maggior parte Fiat, e si era guadagnata
sul campo competenza nella realizzazione di testate a valvole in testa.
Farinelli (1898-1978), avvocato e giornalista cresciuto anche a pane e
tecnica motociclistica, ebbe l’intuizione di un propulsore di piccola
cilindrata, da applicare senza difficoltà al telaio della bicicletta.
Lavorò, supportato dal fratello Ezio Furio, a un 50 cc a due tempi con
trasmissione a rullo fin dall’armistizio del 1943, trasgredendo le
direttive del governo che voleva le energie concentrate sulla guerra
ancora in essere.
Per la Siata, invece, Leoni avrebbe dovuto realizzare un micromotore a
due tempi analogo a quello progettato da Giuseppe Remondini, “cervello
italico” e francese d’adozione. Da impegni separati si giunse a un’unità
affidabile, economica all’acquisto e parca nei consumi, data la palese
difficoltà all’epoca del reperimento della benzina: un motore a quattro
tempi di 48 cc con valvole in testa, cambio automatico a due marce,
trasmissione finale a catena e un basso rapporto di compressione per
conformarsi alla scarsa qualità del carburante.
In pratica, si trattava del Cucciolo disegnato da Farinelli sul quale
Leoni, non trovandolo sul mercato, neppure alla Bosch, approntò uno
specifico volano magnete dalla bobina divisa in due parti collegate in
serie e dalle dimensioni assiali contenute.
Sul finire del 1944 avvennero i primi collaudi e il 26 luglio 1945, alla
Fiera di Torino, con la presentazione del Cucciolo il motorismo italiano
tornò a esprimere una creatività finalizzata a scopi civili.
Dalla stesura del “Libretto rosso”, prontuario di 24 tavole contenenti
le caratteristiche tecniche riassunte in 20 punti e istruzioni per
l’assemblaggio, alla commercializzazione il passo fu brevissimo.
L’escalation ebbe ritmi così vertiginosi che la Siata, in via Leonardo
da Vinci 23 a Torino, dove erano stati ricostruiti gli stabilimenti
bombardati, si organizzò in autonomia, impiantando persino un ufficio
vendite. Contestualmente, poiché non riusciva a far fronte alle
richieste, coinvolse la SSR Ducati, Società Scientifica Radio Brevetti
Ducati, e nell’arco di dodici mesi anche la Cansa - Costruzioni
Aeronautiche Novaresi Società Anonima - di Cameri (NO).
Per la SSR Ducati con sede a Borgo Panigale, nell’hinterland a Ovest di
Bologna, all’epoca controllata dall’Istituto per la Ricostruzione
Industriale, rappresentò l’occasione per passare dal settore delle
radio, proiettori, apparecchi fotografici e componenti elettroniche in
cui era leader a quello motoristico.
Il debutto del Cucciolo made in Ducati avviene nel settembre del 1946,
alla prima Fiera Campionaria di Milano del dopoguerra. Acquisiti i
diritti, l’azienda curava la produzione e, analogamente alla Siata, si
affidava alle linee della Cansa, in quanto in attesa del completo
rifacimento delle proprie strutture, andate distrutte nel 1944.
La Costruzioni Aeronautiche Novaresi Società Anonima, nell’adempiere
alle commesse della Siata e della SSR Ducati, trasse la liquidità
necessaria per indirizzarsi, sul finire del 1948, ad altro ramo
produttivo al pari della società torinese. Conseguentemente deputata
alla realizzazione del Cucciolo e del suo sviluppo rimase la sola SSR
Ducati.
Del micromotore, nel primo anno di vita, ne vennero commercializzate
15.000 unità, per arrivare a 60.000 nel 1948, tutte contraddistinte
dalla sigla T1 e costituenti quasi la metà del parco ciclomotori della
nazione.
I prezzi, dalle 20.000 lire del 1945, salirono alle 37.000 lire
dell’anno seguente per la svalutazione monetaria, raggiungendo nel 1948
le 48.500 e 54.000 lire.
I Cucciolo T1 immessi sul mercato avevano la cilindrata di 48 cc,
potevano toccare una velocità massima di 35 Km/h e permettere di
viaggiare per circa 100 Km con un litro di carburante. Il modello
originario, costruito dalla Siata, coperto dalla garanzia per tre mesi e
al quale, almeno all’inizio, si attenne anche la Ducati, dichiarava un
peso di 7 Kg e una larghezza di 105 mm.
Il basamento tagliato in obliquo è concorde con il gruppo del cilindro,
inclinato di 30°, e la testa dall’alettatura di raffreddamento a spire
presto soppiantata da una parallela. Il Silumin, lega di derivazione
aeronautica, viene impiegato per costituire il monocilindrico dalla
potenza massima di 0,8 Cv a 4500 giri, eccetto che per la camicia del
cilindro, realizzata in ghisa.
Deputato all’alimentazione era un carburatore Feroldi con diffusore da 8
mm, un elemento a cubo sosteneva l’albero motore a camma unica che agiva
sui due bilancieri della distribuzione uniti alle aste che avevano la
peculiarità di lavorare per trazione e non per spinta e le due valvole
parallele in testa dal diametro di 12 mm presentavano delle molle
cilindriche scoperte. La maggior parte degli organi rotanti, inoltre,
erano montati su sfere, rulli o aghi.
Sulla seconda generazione del Cucciolo Siata-Cansa, risalente al 1948,
il peso sale a 8 Kg e la larghezza passa a 115 mm per l’irrobustimento
degli organi interni. Compare il volano Magneti Marelli, preferito in
seguito pure dalla Ducati, il collettore dell’impianto di scarico posto
davanti al cilindro per facilitare il raffreddamento e a sottrarsi a
inevitabili ustioni della gamba. Il basamento diventa un unico pezzo
privato delle nervature, i rapporti del cambio vengono avvicinati,
vengono corretti il riempimento dell’olio e la registrazione delle
punterie, viene mutata la posizione della candela e non c’è più il cubo
a sorreggere l’albero motore.
Rimanendo inalterate la cilindrata e la massima velocità, si rivela
ancora più affidabile e agevole nella ordinaria manutenzione.

Se alla diffusione contribuì il motivetto “Ti porterò sul Cucciolo”
(così il ritornello: "Se vuoi venir con me ti porterò sul Cucciolo, il
motorino è piccolo ma batte come il mio cuor.") cantato da Giorgio
Consolini, Carla Boni e Gino Latilla, e la strategia di marketing della
Siata, improntata all’utilizzo di campagne pubblicitarie realizzate con
l’ausilio di cartellonistica, foto, depliant e radio, per la
consacrazione intervennero costruttori di ciclomotori, biciclette e
progettisti.
Nel 1946, l’ingegnere Alfredo Capellino, figlio di Gian Luigi Capellino,
ideò un evoluto telaio, tra i più ambiti, dotato di sospensioni del
quale cedette il brevetto alla Aero Caproni di Trento, già nota in campo
aeronautico, che con il CCC (Ciclo Cappellino Caproni) intraprese la via
del settore motociclistico.
Le milanesi Necchi, Faggi, Musa e Battaglia, la Omnisport-Camusso di
Torino, la Teloflex di Novara, la Lepretta di Follonica e la Giuseppe
Bianchi di Firenze, unitamente a tante altre aziende, applicarono il
Cucciolo ai loro telai molleggiati per ciclomotore, al pari dei
produttori di biciclette e artigiani che misero a punto strutture
specifiche per accogliere il propulsore piemontese di nascita e
bolognese di adozione.
Sono stati individuati oltre 150 telai "Made in Italy", una quindicina
in Francia e Inghilterra, e ancora in Portogallo, in alcuni Paesi
dell’Est Europa fino agli Stati Uniti.
L’adattabile micromotore trovò ideale collocazione anche su tandem e
piccole imbarcazioni e, soltanto nella fase progettuale, venne inserito
in un motocarro dalla portata di 200 Kg.
Certo è che il principale concorrente del fondatore della famiglia dei
cinquantini dal ciclo di funzionamento a quattro tempi fu il Mosquito
della Garelli, concepito dall’Ingegnere Gilardi, e successivamente il
Motom, nato però come veicolo completo.
Negli ultimi mesi del 1948, dagli stabilimenti di Borgo Panigale, ormai
operativi a pieno ritmo, uscì la versione T2, più efficiente, robusta e
molto simile al Siata-Cansa.
Dal cilindro amovibile, il basamento monopezzo (interamente alettato) e
lo scarico anteriore, il Cucciolo T2 era proposto negli allestimenti
Turismo e Sport, entrambi di 48 cc. Premiati con lusinghieri ritorni
commerciali, erogavano una potenza massima di 0,8 Cv a 4500 giri e di
1,25 Cv a 4.250 giri con rapporto di compressione rispettivamente pari a
5,5:1 e 6,5:1.
Nuovi erano il carburatore Weber da 14 mm e diffusore da 9 mm, la
frizione in bagno d’olio con 24 dischi metallici anziché 18, il volano
Ducati e la candela Maserati sistemata in una posizione utile a
raffreddarsi meglio.
Parallelamente debuttò, con poca fortuna, il Cucciolo T0 monomarcia.
Privo di frizione e cambio, lo distingueva una sola coppia di ingranaggi
e un disinnesto. Diminuiti erano in questo caso il rapporto di
compressione, la potenza e il numero dei giri per incrementare
l’elasticità e, conseguentemente, far scendere le vibrazioni per non
stressare i telai, meno resistenti.
Il Salone di Milano del 1948 è il testimone del T3, evidente sviluppo
del T2, che consolida l’interesse della Ducati verso il mondo delle due
ruote. Esso va a equipaggiare la motoleggera 60, capostipite delle due
ruote complete fabbricate dalla Casa bolognese, sebbene inizialmente
l’autrice del telaio tubolare con sospensione posteriore sia la Caproni
che, dal maggio 1950, produrrà moto proprie.
Nel monocilindrico del T3 le misure di alesaggio e corsa passano da 39 x
40 mm a quelle di 42 x 43 mm, determinando una cilindrata di 59,54 cc.
La potenza è di 2 Cv a 5.000 giri e la velocità supera i 50 Km/h. Il T3
ha il cilindro diviso dalla testa chiusa, il cambio a tre marce e
l’avviamento a pedale.
L’arrivo degli Anni Cinquanta corrispose con la massima espressione del
Cucciolo T2, dai bilancieri non divaricati ma paralleli e identici per
dimensioni e forma sul medesimo perno, il comando della distribuzione a
doppia camma, il tappo del serbatoio dell’olio sul lato sinistro del
basamento e l’introduzione, allo scarico, di un nuovo silenziatore.
Nel medesimo periodo, si intensifica l’internazionalizzazione del
Cucciolo. Complessivamente, le oltre 500.000 unità prodotte ne decretano
un successo inattaccabile. Esportato in molti Paesi d’Europa e oltre
Oceano, in Francia dal 1951 al 1954, la Rocher li realizza, su licenza
Ducati, dotandoli di telai costruiti autonomamente. Contraddistinti dal
carburatore Zenith, avevano opzionale il coperchio per le valvole come
da un paio d’anni accadeva già sul TO e sul T2 assemblati a Borgo
Panigale.
Alla decurtata richiesta di micromotori sciolti, la Ducati rispose con
l’M55 del 1954, in listino fino al 1958 e che costituisce il canto del
cigno del Cucciolo. Abbinato a un telaio rigido “R” e a uno elastico
“E”, dotato di forcella a biscottini e forcellone oscillante,
sprigionava una potenza massima di 1,5 Cv a 5.500 giri.
La favola del Cucciolo non si esaurisce con l’uscita di scena, il suo
retaggio resta nei ciclomotori dal propulsore con ciclo di funzionamento
a quattro tempi.
Le quotazioni attuali dei motori sciolti e conservati si attestano dai
400 ai 600 Euro, mentre per quelli assemblati a un telaio si va dagli
800 ai 1.000 Euro. A seguito di un mirabile restauro, il Cucciolo, in
tutte le sue versioni, da solo viene valutato dai 1000 ai 1200 Euro,
mentre se è abbinato a telai italiani o stranieri può andare dai 3500 ai
4200 Euro.
La grande affidabilità e versatilità lo resero interprete di raid
turistici e di prestigiose imprese agonistiche.
L’italiano Giancarlo Tironi percorse migliaia di chilometri in Europa in
sella a un Cucciolo su telaio CCC, mentre ci fu chi compì la
Parigi-Atene-Parigi e la Parigi-Helsinki-Parigi, mentre ad opera di A.
Voulon, con un Cucciolo su telaio Eriac, la Parigi-Calcutta-Tokyo.
Nelle competizioni, le vittorie sono inaugurate ai Giardini Regina
Margherita di Bologna l’11 novembre 1946, quando Mario Recchia prevalse
nella prova del campionato emilianoromagnolo per micromotori. Due anni
più tardi toccò a Glauco Zitelli portare il Cucciolo al successo nel 1°
Gran Premio Città di Milano e sul circuito di velocità per micromotori
di Bologna.
Altri trionfi alla gara in salita della Coppa della Consuma, alla
gimkana in notturna di Siena e sui circuiti di Senigallia e di
Castiglione delle Stiviere. La pagina dei record mondiali inerenti la
classe 50 cc lascia ampio spazio al Cucciolo.
A quello di durata in pista, conseguito a Buenos Aires nel 1948 dai
piloti Allegretti, Laterza e Lanza, si affiancarono quelli di velocità.
Il teatro fu l’autodromo di Monza dal marzo del 1951 al gennaio del
1952, con Ugo Tamarozzi, Glauco Zitelli edaltri coopiloti. Inizialmente,
ne furono stabiliti dodici, come le 6 ore a 65,548 Km/h e le 100 Miglia
a 66,092 Km/h di media. Ne seguirono ulteriori venti, tra essi le 12 ore
a 67,156 Km/h di media.
Nei successivi ventisette, i 10 Km a 76,400 Km/h e le 48 ore a 63,200
Km/h, per concludere con i 1000 metri partendo da fermo a 63,268 Km/h e
i 1000 metri lanciati a 77,753 Km/h.
CLICCA
QUI PER ABBONARTI A MONDO DUCATI
CLICCA
QUI PER TORNARE ALL'INDICE DI QUESTO NUMERO