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NATA DALLA PISTA

Analisi tecnica della Desmosedici RR

Di Gianpaolo Riva per MTE

 

La costruzione di una replica stradale di una MotoGP la si potrebbe definire solo un improbabile esercizio ingegneristico. La Desmosedici RR derivata dalla GP6, rappresenta invece una realtà certa, scaturita dalla capacità dei tecnici Ducati di far diventare realtà i sogni dei motociclisti più esigenti.
Molti potranno pensare che i due veicoli usciti dalle porte dello stabilimento di Borgo Panigale, ovvero quello normalmente utilizzabile sulle strade aperte al traffico e quello da competizione, si assomigliano solo nello stile, ma non è così. I particolari comuni tra queste due moto sono infatti moltissimi.
Prima di iniziare a descrivere le caratteristiche del motore che equipaggia la Desmosedici RR e a scoprire le similitudini con quello della GP6, è però giusto citare le persone coinvolte in questa splendida “avventura” tecnica, che scaturisce da un successo esaltante raggiunto nella massima competizione motociclistica.
E’ doveroso iniziare da Gianluigi Mengoli, che chi ama la Ducati non può non conoscere e che, insieme alla dirigenza, ha voluto fortemente la Desmosedici RR. Gabriele Serafini ha invece disegnato e reso reale il propulsore in tutte le sue parti; Gennaro Cugnetto e Andrea Sala (rispettivamente responsabile e tecnico del reparto sviluppo motori) lo hanno reso affidabile e potente; Marco Sairu ha coordinato il progetto; infine, Paolo Versari ha coordinato la realizzazione del veicolo che verrà descritto in un articolo di prossima uscita.
Il quattro cilindri della Desmosedici RR ha, come quello della GP6, il posizionamento a “L” delle unità termiche, esattamente come accade per tutti i bicilindrici del costruttore bolognese (i due cilindri più bassi sono inclinati di 20,5° rispetto al piano orizzontale).
Questa particolare impostazione possiede molti pregi, tra cui quello di lasciare ampio spazio per il montaggio dei corpi farfallati e dell’airbox, elementi fondamentali per assicurare una perfetta respirazione dell’unità propulsiva e, dunque, massime prestazioni.
Sia sul motore da competizione che su quello di serie, ovviamente, il comando delle valvole viene effettuato con il sistema desmodromomico e gli alberi a camme vengono azionati tramite una cascata di ingranaggi.
Due catene, anche se più semplici, non avrebbero infatti assicurato sufficiente precisione e affidabilità ai regimi di rotazione raggiunti con la moto da competizione (quasi 18.000 giri!), che devono essere elevatissimi per ottenere l'impressionante potenza che la Desmosedici GP ha sempre dimostrato di possedere, fin dal suo esordio.
Si noti, per inciso, che l’applicazione sul motore di serie della cascata di ingranaggi per il comando degli alberi a camme è senza dubbio un vanto tecnico che oggi nessun costruttore può permettersi sui motori pluricilindrici di serie, a causa dei costi derivanti.
La Honda ha utilizzato questa soluzione fino a pochi anni fa sui modelli VFR e anche sulle indimenticabili RC30 e RC45, ma poi ha deciso di passare alla ben più economica catena, mantenendo comunque la non semplice architettura del quattro cilindri a V.
Com’è facilmente immaginabile, l’utilizzo dei citati ingranaggi pone dei forti vincoli negli accoppiamenti delle unità termiche. I piani di unione tra i cilindri e le teste devono avere, infatti, un’altezza che, praticamente, non può essere variata, per non modificare l’interasse tra le ruote dentate.
Perciò, ad esempio, non è possibile modificare lo spessore della guarnizione della testa (ovviamente di tipo metallico) per innalzare il rapporto di compressione, ma occorre agire sulla forma della testa dei pistoni.
Un’ulteriore importante caratteristica che accomuna il motore Ducati da competizione con quello di serie è senza dubbio rappresentata dalle dimensioni fondamentali del manovellismo, che valgono 86 mm per l’alesaggio e 42,56 mm per la corsa, per una cilindrata totale di 989 cc.
Questi dati consentono di calcolare la velocità media del pistone, indice della sollecitazione meccanica, che al regime del limitatore (posto a 14.200 giri) vale 20,1 m/sec e che al regime di potenza massima (13.800 giri) vale 19,6 m/sec.
Se per il motore da competizione si ipotizzano verosimilmente 17.000 giri come limite della rotazione, si calcola una velocità media del pistone pari a 24,1 m/sec.
La potenza raggiunta dalla Desmosedici RR è di circa 190 Cv in configurazione omologata, mentre con scarichi e centralina racing questo valore sale a 200 Cv. Analogamente, la coppia vale poco meno di 11,5 Kgm a 11.000 giri/min con i componenti omologati e aumenta a 11,8 Kgm, raggiunti a 10.500 giri/min, sempre con scarichi e centralina racing. E’ perciò possibile calcolare la PME al regime di coppia massima che con il dato di 11,8 Kgm vale 14,7 bar!
Anche il comando desmodromico delle valvole è identico nel motore Desmosedici stradale e in quello da competizione anche se sono ovviamente diverse le fasature della distribuzione.
Ad esempio, lo spessore di chiusura viene ancorato al gambo valvole tramite dei semiconi in titanio e non con i classici semianelli in acciaio.
Questo sistema assicura una maggiore affidabilità e, inoltre, il gioco di registrazione rimane costante nel tempo (con i semianelli, invece, si modifica, poiché questi si deformano a causa della sollecitazione cui sono sottoposti).
Sul propulsore della Desmosedici RR le valvole sono ovviamente in titanio, rivestito con CrN (nitruro di cromo) per migliorare la durezza superficiale e il grado di finitura (dunque la scorrevolezza del gambo nella guida), ma rispetto al motore da competizione sono leggermente inferiori i diametri dei funghi.
Per l’aspirazione questo dato vale 35 mm e per lo scarico è di 28,5 mm. Si noti per inciso che l’angolo compreso tra l’asse delle valvole di scarico e l’asse di quelle di aspirazione vale 25°. Per ovvi motivi di affidabilità e costi, il manovellismo del motore da competizione è differente da quello utilizzato sul propulsore di serie.


 



L’albero motore progettato per le gare, infatti, ha mannaie molto piccole, nelle quali vengono inserite per interferenza delle pastiglie di tungsteno, necessarie per l’equilibratura.
Nel componente di serie, invece, le mannaie sono più estese; la loro estremità è stata però appositamente rastremata per evitare contatti con la parte bassa del mantello del pistone, quando questo si trova al Punto Morto Inferiore (caratteristica che, di fatto, ha permesso di mantenere la stessa corsa del motore da competizione, utilizzando però bielle in titanio con un interasse leggermente maggiore, necessario anche per contenere le spinte laterali sul cilindro).
L’albero motore ha ovviamente due perni di manovella da 35 mm di diametro, sfalsati tra di loro di 70°, e tre perni di banco da 40 mm di diametro.
L’ordine di scoppio è denominato Twin Pulse: è cioè ravvicinato come avveniva anche sulla Desmosedici GP6. Questa particolarità consente di avere un andamento della coppia motrice che sollecita i pneumatici in modo ottimale. Infatti, rispetto a una normale sequenza degli scoppi, quella Twin Pulse ha un intervallo di 340° che distanzia la combustione dei cilindri 3 e 1 da quella dei cilindri 4 e 2, durante il quale il pneumatico stesso ha il tempo per “rilassarsi”. Inoltre, il rumore generato con questa configurazione è veramente particolare ed entusiasmante, fatto da non sottovalutare in una moto sportiva.
Si noti che l’albero motore della Desmosedici RR è realizzato in acciaio stampato, sottoposto a un processo di nitrurazione di tipo gassoso in grado di penetrare in profondità.
Tale processo prevede il riscaldamento del pezzo metallico fino a circa 500 °C. In questa condizione, poi, lo si espone a un’atmosfera di azoto, in modo che quest’ultimo possa legarsi con la ferrite, formando i nitruri, composti estremamente duri.
La nitrurazione è meno profonda della cementazione, ma conferisce al metallo una notevole durezza superficiale e un’ottima resistenza all’usura, alla fatica, agli intagli e alla corrosione.
Garantisce, infine, una perfetta stabilità dimensionale. Inoltre, queste caratteristiche rimangono inalterate anche a caldo (fino a circa 700 °C): sono dunque stabili al rinvenimento.
L’albero motore della Desmosedici RR viene infine sottoposto a un processo di superfinitura superficiale, che migliora l’affidabilità meccanica. Per il medesimo motivo, anche i bilancieri della distribuzione hanno le superfici trattate con superfinitura e vengono appositamente cementati.
Quest’ultimo processo metallurgico (detto anche carbocementazione) è utilizzato per migliorare la resistenza all’usura dell’acciaio. Il pezzo meccanico viene sottoposto a un arricchimento superficiale di carbonio in forma gassosa, con la conseguente formazione di carburi.
Il carbonio, inoltre, per diffusione penetra notevolmente sotto la superficie del pezzo. Anche i pistoni sono dei componenti particolarmente curati nel motore della Desmosedici RR e sono molto simili a quelli usati sulla moto da competizione, sia per quanto riguarda il materiale che la struttura.
Vengono realizzati con una particolare lega di alluminio denominata RR58, applicata anche sui motori da Formula 1 (la RR58, detta anche 2618, è composta dai seguenti materiali: Cu 1.9 – 2.7 %, Si 0.1 – 0.25 %, Fe 0.1 – 1.3 %, Mg 1.3 – 1.8 %, Zn 0.1 %, Ti 0.1%, Ni 0.9 1.2 % ed è impiegata nel campo aerospaziale. Ad esempio, è stata massicciamente sfruttata nella realizzazione del Concorde).
Questa speciale lega di alluminio è caratterizzata da un’elevata resistenza allo snervamento e alla corrosione e possiede una buona tenacità e resistenza alla fatica, anche alle elevate temperature.
Le cave delle fasce elastiche dei pistoni sono sottoposte a una profonda ossidazione per evitare l’incollaggio delle fasce stesse, ovvero il fenomeno di microsaldatura che le fa aderire all’alluminio.
Ciò può accadere, infatti, a causa della mancanza di piombo nelle benzine attuali (componente che assicurava la lubrificazione delle parti metalliche sulle quali si depositava) e a causa del materiale usato per le già citate fasce elastiche, che sulla Desmosedici RR sono realizzate in acciaio nitrurato e non in ghisa.
Si noti che quest’ultima non consente di realizzare segmenti di tenuta con altezza eccessivamente ridotta, ma ha un buon potere autolubrificante, poiché contiene carbonio in quantità maggiore rispetto all’acciaio.
Quest’ultimo, quando nitrurato, permette invece di realizzare fasce elastiche con spessore ridotto, pur mantenendo un’elevata affidabilità meccanica e l’indispensabile rigidità. Dunque, è possibile contenere gli attriti, senza però compromettere l’indispensabile tenuta del volume presente sopra la testa del pistone, specialmente agli elevati regimi. Questi ultimi sono infatti critici per il fenomeno del blow-by, ovvero il passaggio della carica compressa verso il carter motore, diretta poi all’aspirazione del propulsore con l’inevitabile trasporto di tracce d’olio. I due carter motore, fusi in terra, si dividono secondo un piano orizzontale e quello superiore integra i cilindri e il supporto completo del perno centrale del manovellismo.
Le due metà dei supporti che sostengono i perni esterni sono, invece, presenti sia nel carter superiore che in quello inferiore. Questa particolare impostazione rende molto agevole la separazione dei carter stessi, che può essere fatta senza distaccare l’albero motore.
La coppia motrice viene trasmessa tramite una frizione antisaltellamento a secco. Il tamburo è perciò diviso in due parti che possono ruotare e traslare assialmente una rispetto all’altra (moto roto-traslatorio), tramite la presenza di piani inclinati tra di loro affacciati.
Il cambio, ovviamente, è estraibile e sulla piastra che sostiene i due alberi trova posto anche il tamburo desmodromico con le forcelle di azionamento degli scorrevoli e l’arpionismo che consente al tamburo stesso di ruotare quando viene azionata la leva delle marce.
Si noti che l’arpionismo, denominato scherzosamente Batman dai tecnici Ducati poiché possiede una forma simile alle ali di un pipistrello, è stato specificatamente progettato per ridurre gli ingombri e assicurare sempre un perfetto funzionamento. La lubrificazione è effettuata tramite una pompa che pesca dalla particolare coppa “bassa”, utilizzata su tutti i modelli sportivi del costruttore di Borgo Panigale.
La pompa dell’acqua, esterna al carter motore, viene mossa da quella dell’olio tramite l’accoppiamento dei loro due alberi.
Ovviamente, sul motore si è fatto largo uso di magnesio, infatti i coperchi valvole, quello dell’alternatore e del vano della cascata degli ingranaggi della distribuzione sono realizzati con questo pregiato e leggero materiale.

 



 

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