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GENERAZIONE F1

Le versioni speciali della celebre 750 bolognese

Di Stefano Ferrigno

 

La nascita della F1, molto probabilmente, capitò in un momento particolarmente sfortunato per la Ducati: il nuovo matrimonio con la Cagiva dei fratelli Castiglioni aveva infatti portato abbastanza problemi a Borgo Panigale e certamente molti dei difetti che mortificavano la prima F1, quella del 1985, furono la diretta conseguenza di tale difficile situazione.
Fortunatamente, l'anno successivo la moto fu oggetto di sostanziali aggiornamenti che coinvolsero un po' tutta la componentistica e lo stesso cuore pulsante da 748 cc. La parentela della prima versione con la generazione Pantah era infatti strettissima e fu proprio per questo che il propulsore da tre quarti di litro, almeno sulle prime, non convinse sul piano prestazionale. D'altronde, si trattava di un 650 appena modificato, il quale a sua volta non era che un 500 “vitaminizzato”.
Per il 1986, il piatto forte era dunque un propulsore rinnovato e rinforzato anche nella struttura quale preludio a una potenza adeguata al veicolo. Per ospitare valvole di diametro consono alla cilindrata, le teste furono create a partire da una fusione completamente nuova, in maniera tale da creare il punto di partenza per ulteriori elaborazioni e non quello di arrivo per un motore di serie.
Nuove valvole da 35 mm allo scarico e da 41 mm all'aspirazione provvedevano a migliorare sensibilmente la fluidodinamica del propulsore, accompagnate in questo da nuovi alberi a camme, con fasatura modificata (in realtà meno estrema) ma con alzate maggiorate.
Nel dettaglio, l'apertura e la chiusura dell'aspirazione passarono dai 29°/90° della prima F1 ai nuovi valori di 39°/80°, mentre sullo scarico si passò dai 70°/48° agli 80°/38°. Nel corso della produzione, poi, i guidavalvola in ghisa furono sostituiti da analoghi componenti in bronzo.
Per meglio sfruttare la disponibilità di nuova e più abbondante carica fresca, furono installati pistoni ad alta compressione (10:1 contro i 9,3:1 effettivi della serie del 1985), il che indusse parallelamente a un irrobustimento dell'imbiellaggio, in particolare dell'albero motore (forgiato) e della biella, la cui geometria rimaneva peraltro immutata. Per quanto riguarda il cambio di velocità, furono riprogettati i cuscinetti, gli alberi e gli ingranaggi (più larghi del 30%), nonché i meccanismi del selettore.
La frizione (sempre di tipo a secco) non subì cambiamenti radicali, anche se poteva avvalersi di un nuovo tamburo, nuove molle più “forti” e un pacco dischi leggermente variato (sempre composto da sette dischi lisci e altrettanti guarniti).
Una semplice ma efficace variazione fu applicata al sistema di lubrificazione e raffreddamento: mentre, prima, l'olio in uscita dal piccolo scambiatore montato sotto il fanale anteriore ritornava direttamente alle teste, sul modello del 1986 il circuito fu allargato con un ritorno direttamente nel carter, a monte della pompa dell'olio. In questa maniera, non solo gli organi della distribuzione ma tutto il propulsore poteva beneficiare di olio a temperatura inferiore.
La superficie radiante non fu aumentata, poiché ritenuta evidentemente sufficiente ad assolvere il nuovo carico di lavoro.
Con tutta una serie di accorgimenti minori (come, ad esempio, l'ottimizzazione dei collettori di aspirazione), la potenza espressa dal nuovo propulsore raggiungeva i 75 Cv a 9000 giri/min, vale a dire oltre 12 cavalli in più rispetto al modello precedente, anche se a un regime di 1500 giri/min in più, mentre la coppia cresceva di 1 Kgm a un regime pressoché equivalente (7,2 Kgm a 7000 giri/min nel 1986, contro 6,2 Kgm a 6500 giri/min nel 1985).
L'erogazione e l'affidabilità subirono un concreto miglioramento quando, nel corso della commercializzazione della versione 1986, fu sostituito il sistema di accensione Bosch con un altro della Kokusan, di caratteristiche analoghe.
A livello ciclistico, invece, la novità più eclatante fu probabilmente la sostituzione della forcella: la Marzocchi non regolabile da 38 mm con comparto elastico a gas lasciò il posto a una più ricercata Italia con steli da 40 mm la quale, pur priva di ausilio pneumatico, garantiva un'efficace regolazione dell'estensione e della compressione tramite appositi registri.
Dunque, se il colpo d'occhio, così come molte delle sovrastrutture, rimaneva quello della “vecchia” F1, ovvero tremendamente “racing” e condito da un raro sapore di artigianalità, la sostanza era ben diversa.
Se vogliamo, l'unica pecca sotto questo punto di vista era costituita della sostituzione del caratteristico serbatoio del carburante in alluminio con un analogo componente in acciaio, decisamente più pesante, meno raffinato e capiente (18 litri), nonché evidentemente soggetto a ossidazione.
Osservandolo dall'esterno, si poteva peraltro intuire il cambio di registro in quel di Borgo Panigale: la classica scritta stilizzata della Casa bolognese aveva lasciato il passo al nuovo logo con caratteri “Cagiva” e tanto di elefantino sulla carenatura.
Il 1986 portò anche la prima “edizione limitata” della sportiva bolognese, passata alla storia come F1 Montjuich in onore della 24 Ore di Endurance tenutasi a Barcellona nell'omonimo parco.
In tale occasione, la Ducati si rivelò vittoriosa davanti alle concorrenti giapponesi: non poteva, dunque, esservi nome più appropriato per una F1 così speciale come la Montjuich. A prima vista, le differenze non erano così evidenti: tuttavia, il propulsore nascondeva all'interno carter rinforzati, albero motore, frizione e cambio dedicati.




 



Le teste erano lievemente modificate per garantire migliore flussaggio dei gas in ingresso e in uscita, il tutto accordato da nuovi alberi a camme, dotati di profili particolarmente “cattivi” e che avrebbero caratterizzato tutte le “special” su base F1 prodotte da Ducati negli anni a venire.
L'aspirazione veniva infatti anticipata di 28° rispetto alla F1 del 1986 (e ben 38° rispetto alla F1 del 1985), con un ritardo di chiusura di 19°, mentre lo scarico veniva anticipato di 13° in apertura (23° rispetto alla F1 del 1985) e ben 32° in chiusura!
A tutt'oggi, questi valori di fasatura rimangono ineguagliati nella produzione di serie, anche perché originano evidentemente una fase di incrocio particolarmente critica e mal si adattano a un uso del mezzo diverso da quello prettamente sportivo. L'alzata non subiva incrementi considerevoli, con 11,3 mm all'aspirazione e 10,3 mm allo scarico. Come sulla F1, i carburatori (Dell'Orto con venturi da 40 mm di diametro) respiravano liberamente senza alcun filtro sull'aspirazione.
Sul lato opposto, faceva bella mostra di sé un tromboncino di scarico per nulla contenuto in quanto a emissioni sonore che, però, ben si accordava alle rinnovate prestazioni del bicilindrico di 750 cc. La potenza dichiarata era di 95 Cv a 10.000 giri, tuttavia occorrerebbe vedere, con i parametri di valutazione attuali, quale valore di potenza si riuscirebbe a leggere su un banco prova moderno.
Avendo provato la moto in questione, si può solo valutare che, se le prestazioni assolute appaiono sì assimilabili a quelle di un moderno 1100 DS, l'erogazione rimane assai diversa, con meno “schiena” in basso e molta più “verve” agli alti regimi, così come si addice a un motore da corsa.
A livello ciclistico, la modifica più evidente sulla Montjuich era data all'installazione di un forcellone in profilato di alluminio, strutturalmente molto simile a quello che, in seguito, caratterizzerà tutta la serie Super Sport.
La forcella rimaneva l'ottima Italia da 40 mm mentre al posteriore, in accoppiata con il nuovo forcellone, era montato un diverso (e migliore) monoammortizzatore Marzocchi. Le modifiche più rilevanti al comparto ciclistico, comunque, riguardavano le ruote: i cerchi di serie erano infatti sostituiti da una coppia di splendidi Akront compositi con razze in magnesio (verniciate di rosso) e canale in alluminio lucidato, sempre da 16” di diametro.
I freni erano, invece, impreziositi da pinze Brembo Racing serie oro a quattro pistoncini (che allora erano sinonimo di eccellenza) montate su appositi adattatori.
La livrea si differenziava dal tricolore per il classico accostamento rosso/grigio e per la piccola scritta “Montjuich” posta a fianco dell'elefantino Cagiva, mentre faceva di nuovo la sua comparsa il bellissimo serbatoio in alluminio come quello della primissima F1.
Per il 1987, la F1 standard ricevette poche e mirate modifiche che seguirono quelle introdotte per l'edizione limitata dello stesso anno, denominata Laguna Seca.
Il riferimento al circuito statunitense si riferiva alla vittoria riportata l'anno precedente da Lucchinelli nella BOT (Battle Of the Twins), tanto che sul serbatoio della speciale versione campeggiava l'autografo del celebre pilota italiano.
Come per la versione normale, la Laguna Seca fu prodotta anche in versione biposto, con telaio modificato con supporti pedana passeggero, guscio coprisella e due orribili maniglie ricavate nel codone.
Sostanzialmente, la Laguna Seca era identica alla Montjuich, fatte salve alcune lievi modifiche di dettaglio. Tra queste un diverso silenziatore, decisamente più efficiente e moderno nell'aspetto con una copertura in alluminio e un profilo meno svasato. Lievi ritocchi anche per la carenatura, dove erano però finalmente spariti (come sulla F1 standard) gli elefantini Cagiva.
Passando alla ciclistica, la forcella Italia ricevette una nuova idraulica con minore escursione e maggiore sensibilità alle regolazioni, mentre al posteriore venne installato un elemento Marzocchi con comparto pneumatico.
Purtroppo, i bellissimi cerchi compositi della Montjuich furono rimpiazzati con gli Oscam del Paso 750, assai meno raffinati con le loro razze dal profilo triangolare, sebbene nobilitati dalla lucidatura del canale.
Il canto del cigno della serie F1 fu la Santamonica, così chiamata in riferimento al celebre circuito di Misano Adriatico, dove Lucchinelli vinse nel 1986 il TT F1.
Con una dizione più moderna, la Santamonica potrebbe essere definita la F1 750 FE (Final Edition): si trattava di una Laguna Seca caratterizzata unicamente dall'evocativa colorazione in bianco e rosso e dal graditissimo ritorno dei cerchi Akront compositi della Montjuich.



 



 

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