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Vedere
oggi un beniamino del passato come Mike Hailwood prepararsi alla
partenza di una corsa, non procura soltanto entusiastiche sensazioni.
Insieme infatti alla percezione di presenziare ad un rito che si rinnova
fuori dal tempo come in una evocazione fantastica, c’è tutta
l’apprensione di chi assiste impotente al tuffo nel buio di una
persona che gli è cara. Forse per questo accavallarsi di sensazioni,
tutti quanti erano al fianco di Hailwood prima della partenza, non
avevano un’aria raggiante, ma gli parlavano sommessamente, volendo
stargli vicino ma senza disturbarlo, gli sorridevano se il suo sguardo
si rivolgeva a loro, ma con una curiosa smorfia che sembrava
sottintendere “Mi raccomando...”. Cosa lo aspetterà ? Forse
qualcuno ha provato anche l’impulso di dirgli: “Ma dai, lascia
perdere!”. A trentotto anni un uomo non è certo vecchio, ma quando
sceglie di misurarsi ancora in uno sport difficile come il motociclismo
e al Tourist Trophy, la più pericolosa pista del mondo, dopo che il suo
ritiro dalle corse è avvenuto undici anni prima, pensieri del genere
non sono campati in aria. Per il ritorno del grande Mike, decine di
migliaia di spettatori hanno invaso l’Isola di Man, che forse non è
mai stata così piena. Era chiaro a tutti che non si trattava del
patetico recital di un ex divo famoso che fa un paio di numeri di
“mestiere”, senza affaticare le coronarie, ma l’autentica sfida
del vecchio guerriero ad una nuova generazione di piloti, con il
cronometro come unico giudice. Vederlo arrivare a manetta nel tremendo
discesone di Bray Hill era una cosa sbalorditiva, mentre tutti gli altri
si imbarcavano con la moto impazzita e la forcella a “pacco”, nella
fossa dove la discesa riprende bruscamente a salire,
la sua Ducati, condotta lungo traiettorie perfette, aveva solo un
nervoso sussulto per poi sparire, tra i salti a vuoto della ruota
posteriore sulle ondulazioni del terreno, verso il Quarter Bridge.
Anche
nel tratto di montagna era uno spettacolo vederlo, per la sicurezza, la
fluidità, l’incomparabile disegno che le sue ruote tracciavano
idealmente sul micidiale percorso. Una guida così pulita e composta,
tanto diversa dai numeri che i suoi più diretti avversari
improvvisavano con la bava alla bocca per tenergli dietro. Mike è
piuttosto invecchiato da quando, negli anni sessanta, era alfiere della
MV Augusta con Agostini, poi uomo di punta della Honda, familiarissimo
al pubblico italiano che lo poteva vedere, tremendamente da vicino, sui
tanto critici (ma che ora si ripensano con nostalgia) circuiti cittadini
della Romagna. Ampiamente stempiato, dignitosamente claudicante per un
grosso incidente d’auto, ha conservato però il fisico nerboruto e
asciutto, uno sguardo d’acciaio appena addolcito da un ottimo
carattere e dai modi di fare garbati. Gli rivolgo la domanda più
banale: Mike, come mai ti è ritornata la voglia di correre dopo tanto
tempo?. “ Non è stata proprio una voglia” risponde “Ho cominciato
con qualche corsa in Nuova Zelanda, dove mi ero stabilito, tanto per
accontentare gli amici organizzatori, poi hanno incominciato a non
lasciarmi più in pace sino al TT del 78.” Perché proprio una gara
pericolosa come questa? “Perché è un percorso che conosco bene e per
le sue caratteristiche richiede ancora una guida stradale, non
“specializzata” come quella da circuito con le moto e le gomme
attuali”. Farai altre gare in seguito?
“Correrò a Donington perché oramai mi sono impegnato, non
intendo andare avanti. Ho fatto il TT perché l’ho desiderato, ma non
mi rimetterei a girare mezzo mondo per inseguire un campionato”.
Possibile che non ti piacerebbe correre ad esempio con la nuova Honda?
“Mi piacerebbe forse anche, ma quello che non mi sento di fare è
avere un impegno che mi imponga di essere sballottato qua e là, correre
quando hai voglia e quando non ne hai voglia” Beh, lascia almeno uno
spiraglio agli sportivi italiani che ti hanno sempre voluto bene. Se per
ipotesi ti venisse una adeguata offerta, accetteresti magari di fare una
“apparizione” in Italia? “Non farmi dire cose che poi vengono
riprese e di volta in volta modificate fino a diventare una mia
affermazione. Certo potrebbe anche piacermi fare una corsa in Italia, ma
un tipo di corsa adatta, non una prova mondiale o simili dove mi
sentirei scaraventato a freddo a vedermela con uomini super allenati, in
un confronto troppo breve che se soltanto perdi qualche decimo in
partenza sei finito” Va bene Mike, allora se non corri più, lasciami
i tuoi guanti per la mia collezione. “Roberto, è l’unico paio che
ho. Poi magari mi servono ancora...”
Roberto
Patrignani
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