COSÌ SONO ENTRATO IN DUCATI
Il grande Farné racconta, in questo primo episodio, come è entrato a far parte della famiglia Ducati.
di Franco Farnè

 

Incominciai a prendere confidenza con le due ruote partendo dai velocipedi. Avevo circa dieci anni e mia madre dopo la scuola mi lasciava da dei parenti che avevano un negozio di biciclette. Mio padre era morto da poco e mia madre, che lavorava in Ducati, aveva trovato questa soluzione per non lasciarmi solo il pomeriggio. Io non dovevo lavorare, ma qualche volta davo una mano a risistemare o a spazzare il negozio. In quel periodo si usava motorizzare le biciclette con il Cucciolo o il Moschito dando vita a delle pseudo moto che incontrarono un certo successo.

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In seguito cominciai a lavorare e feci di tutto, dal saldatore al garzone di panettiere, ma mi stufavo presto e cambiavo lavoro. Poi trovai impiego presso un'officina automobilistica e li rimasi due anni perché mi piaceva lavorare sui motori. Era il 1951 ed avevo diciassette anni (ero nato il 15 ottobre del '34) quando mia madre andò in pensione trovando l'accordo con la Ducati perché subentrassi a lei. Mi misero in sala prove e lavorai subito sul Cucciolo e il Cruiser. Il Cruiser era una fantastica moto che non ebbe il giusto successo che meritava: 175cc 4 tempi aste e bilancieri, vantava già l'avviamento elettrico ed il cambio idromeccanico. Con i primi soldi guadagnati con il nuovo lavoro comprai un motore Benelli monoalbero 125 che avevo inserito in un telaio Mondial. Questa moto la cambiai con un Ibis 48cc, che era stato portato a 60cc. L'Ibis era una casa bolognese che ebbe un discreto successo nel dopoguerra, simile al DKW, prese parte a numerose competizioni. Con questa moto mi divertivo a scorrazzare per tutta Bologna. In Ducati cercavano ragazzi per disputare il Giro d'Italia, ed io feci domanda.

Il caporeparto, il sig. Eugenio Lolli che era anche direttore sportivo, si ricordò di avermi visto in giro con l'Ibis e mi fece provare sulla Persicetana. Provai il Cucciolo tre marce cambio a pedale su quel rettilineo, e grazie al mio peso di appena cinquanta chili e al facile inserimento che avevo nella moto (mi distendevo sul serbatoio e poggiavo i piedi sul portapacchi) fui messo in squadra. Nonostante lo scoppio del pneumatico per sfilamento dal cerchio, problema che mi avrebbe afflitto per tutta la competizione, arrivai primo al traguardo di Firenze. Provammo subito una modifica montando dei cerchi in ferro che pur essendo più pesanti ritenevamo più affidabili. Purtroppo dopo cinquecento metri dalla partenza bucai, perché le strade di allora erano quello che erano. All'ultima tappa, per recuperare il tempo perso, forzai troppo il motore e ruppi un'asta del bilanciere. Questa inevitabile sosta mi fece accumulare un ritardo tale, dovuto anche all'assistenza fermatasi a riparare un'altra Ducati in panne, che arrivai al traguardo dopo il tempo massimo. Pur non rientrando in classifica ebbi almeno la soddisfazione di portare comunque la moto a destinazione. Nello stesso anno feci un paio di gare di regolarità, ma avendo poca esperienza e molta foga, cadevo spesso compromettendo la gara.

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Al successivo giro d'Italia arrivai 11° con il 98 GT e lo stesso risultato lo ottenni l'anno dopo con il 98 Sport. L'arrivo in Ducati dell'Ing. Taglioni fu contrassegnato dalla nascita della Marianna 100 e dalla costituzione di una folta ed agguerrita squadra. Ci alloggiarono in un albergo di Bologna, eravamo una banda di scatenati e gli scherzi erano all'ordine del giorno. Il pilota Gigi Carena ne subì uno che credo non si sia dimenticato più. Sapevamo che Gigi aveva una paura folle dei fantasmi ed allora a tavola passavamo il tempo a raccontare le storie più raccapriccianti, che lui chiaramente non voleva sentire. Una sera dopo aver preparato il "terreno" con una serie di novelle del terrore uno di noi, Ettore Scamandri, si fece avvolgere a mo' di mummia nella carta igienica e rinchiudere nell'armadio di Gigi Carena. Quando questi una volta solo nella sua camera aprì l'armadio, si prese un tale spavento che scappò via urlando per tutta Bologna. In quel terzo giro d'Italia fui l'unico a non arrivare al traguardo delle trentasei Marianne (al plurale si chiamavano così) partecipanti per la rottura della biella. Il motivo era che la moto aveva sulle spalle già un tragitto intero del Giro d'Italia, che avevamo fatto come prova e collaudo di questo modello. All'ultima edizione di questa famosa gara partecipai con il 100 Desmo. Vinsi le prime tre tappe, ma alla quarta ruppi un segmento e fui costretto al ritiro. Anche se in queste due ultime edizioni del Moto Giro d'Italia le cose non erano andate come speravo, ho un ricordo stupendo di questa manifestazione. In Ducati ero diventato la mascotte dell'azienda, un po' anche per il mio aspetto da eterno bambino. Se c'era da provare una moto, se c'era da verificare un dettaglio, toccava a me, ed io ne ero ben felice. Ero sempre pronto a balzare in sella con molto entusiasmo, e proprio per questo motivo presi anche delle belle sdentate.

Franco Farnè

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