DR. T.: LA MIA VITA IN DUCATI
Per la prima volta, l'Ingegner Taglioni racconta i restroscena della vita in Ducati. La vera storia di chi ha fatto la Ducati.
di Fabio Taglioni

 

Su richiesta della rivista "Mondo Ducati" ho accettato di scrivere la storia della mia vita che se si vuole è anche quella della Ducati Meccanica essendo stato il solo progettista di tutti i prodotti che l'azienda ha messo sul mercato. Sono nato il 10 settembre 1920 a S. Maria in Fabriago piccola frazione del Comune di Lugo in una famiglia modesta ma molto unita composta da due maschi ed una femmina di cui io sono il primogenito. Mio padre, ottimo artigiano, aveva un'officina meccanica, dove io fin da piccolo ero attratto da tutti quei macchinari che nella mia fantasia sembravano enormi. Ho frequentato le scuole elementari nella zona di S.Lorenzo, e giunto alle superiori mi iscrissero all'"Istituto Salesiani" di Faenza. Nei mesi estivi il mio divertimento era andare in officina, rovinare qualche pezzo, ma mai aiutato dal padre, perché voleva che capissi da solo dove avevo sbagliato. Di nascosto, altra grande passione, qualche pomeriggio salivo sulla sua moto una AGS 350 di cilindrata e mi pareva di essere un grande pilota (mio padre lo era veramente).

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Terminate le Medie passai all'Istituto Zampieri di Imola dove frequentai le Magistrali. In tale scuola, conobbi quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Il diploma di maestro però non era per me e pensai subito di iscrivermi a Ravenna al Liceo Scientifico dove conseguii la maturità. Dopo di che dovevo scegliere la facoltà a me più congeniale. Fu il mio stesso Professore a consigliarmi "Ingegneria Meccanica" e lo ringrazio ancora, perché imboccai la strada giusta. Nel frattempo, l'Italia entrò in guerra e fui chiamato a fare il servizio militare a Bologna nel reparto dei Carristi. Feci il corso ufficiale e da sottotenente fui mandato a Verona nel reparto dei carristi. Il 6 Aprile 1942 trovai anche il tempo di sposarmi, e dopo sette anni la nostra unione fu rallegrata dalla nascita di una figlia che adoro. Inutile raccontare le varie tappe del periodo militare, posso solo dire che passai a dirigere l'officina del reparto e fu per me una buona scuola. Poi passai nell'autocentro sempre in officina e qui fra moto, auto e camion militari la vita era piuttosto infernale, fino a quando fui mandato in Sicilia, dove durante lo sbarco degli alleati, rimasi ferito con gravi conseguenze. L'otto settembre mi trovavo in ospedale a Voghera dove pensavano di amputarmi la gamba ferita, ma fortunatamente mi mandarono a casa, (non so per quale fortuna) dove tanti mesi dopo ottenni una parziale guarigione.

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Terminati gli studi, interrotti per forza, quale avvenire potevo avere? Pensai così come tesi di Laurea di progettare un motore da corsa 75cc. che realizzai quando diventai professore all'Istituto Alberghetti di Imola, nel reparto attrezzeria assieme ai miei allievi (oggi quasi tutti proprietari d'azienda). "Mistero", così lo chiamai. Era un 75 cc., aste e bilancieri, cavalli 6-7, fuso in terra, che poteva raggiungere una velocità di 110 Km/h. Quasi contemporaneamente progettai il "Tornado", motore monoalbero, fuso in terra, di circa 10 cavalli per una velocità di 140 Km/h. A Imola, mia residenza, durante una gara motociclistica conobbi il sig. Pietro Ceccato, proprietario dello stabilimento "Ceccato". Visto il "Tornado" lo volle acquistare. Nel frattempo però, con detto motore, mi presentai al reparto corse "Mondial" dei fratelli Boselli e fui subito assunto. In detto reparto ero affiancato da validissimi meccanici. I loro capi erano: Moretto, Omer, Biavati. Biavati era l'uomo di fiducia, il silenzioso che lavorava nel suo angolo instancabilmente. Aveva le chiavi dell'officina: un uomo dolce, il vero padre di famiglia. Quando doveva fare un'osservazione oppure insegnare un lavoro, lo faceva molto educatamente. Omer e Moretto erano due bravi meccanici, ma molto irruenti, sapevano di valere e lo dimostravano in tutti i modi. Omer era l'uomo che, dietro le corse, dava fiducia al corridore: direi che i pivelli con lui si sentivano sicuri. Moretto era quello del sesto senso. Osservava una moto ultimata e non gli sfuggiva una sola vite. Con me erano gentili, mi rispettavano e quando discutevamo di lavoro, la collaborazione era perfetta. Il sig. Boselli lo vedevamo raramente e si può dire che tutto era nelle nostre mani. Le gare nazionali, regionali, cittadine andavano molto bene. Provini ed Artusi erano i beniamini del pubblico. Si correva con il 125 monoalbero, poi la federazione pensò al giro d'Italia.

Era la prima volta che si affrontava una gara così dura: sia per gli uomini e per i mezzi. Eravamo inesperti ed infatti pur vincendo tutte le tappe, perdemmo il giro. Correvamo sempre con il 125 monoalbero. Il secondo anno avevo già fatto il 175 sempre monoalbero. Era un 125 che portai a 175 perfezionandolo e modificandola a modo mio e quell'anno vincemmo veramente il giro. Felicità per tutti, soprattutto per me perché vedevo già delle mie creature imporsi sul mercato. Ma alla cena di festeggiamento, assieme a tutti, non venni invitato. Il giorno dopo, senza dare spiegazione me ne andai. Fu senz'altro nell'euforia, una distrazione del sig. Boselli, ma come ho detto sono romagnolo e ho detto tutto. Forse fu una ribellione di gioventù, o forse mi sentivo pronto ad affrontare tanti altri progetti, che lì non avrei potuto realizzare. Le offerte di lavoro erano moltissime ed anche finanziariamente allettanti, e mentre stavo ponderando il mio trasferimento, mi capitò una proposta che segnò per sempre la mia vita. Venni chiamato dall'allora direttore generale della Ducati Meccanica Dott. Montano, uomo tutto d'un pezzo, grande manager d'azienda, che mi disse le testuali parole: "Conosco il suo talento ed ho bisogno di lei. Se mi realizza una moto 100 per vincere il giro d'Italia, la Ducati rimarrà aperta, perché ho solo un mese di stipendio per gli operai, in caso contrario si chiudono i battenti e tutti a casa."

Fabio Taglioni

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