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Ho
conosciuto personalmente Mario Maccari quest’estate quando, preso da
un’incurabile febbre Ducati, cercavo disperatamente un Pantah. Ero
stato indirizzato da lui da amici comuni e trovandomi di passaggio a
Marina di Carrara, decisi di andarlo a trovare. Mi accoglie nella sua
minuscola officina dove, con un notevole lavoro di incastri è riuscito
a stivare in ordine il banco da lavoro con vari accessori e i ferri
speciali per lavorare sui bicilindrici di Borgo Panigale, vari motori
completi, una quantità innumerevole di ricambi vari, e ben tre Pantah:
una 600 stradale e due splendide TT2.
Lo avevo
visto correre varie volte, nei primi anni ottanta, sulla Massa- S. Carlo
e a Sillano: mi aveva colpito la sua eccezionale precisione di guida che
ne mitigava l’irruenza e gli permetteva di controllare pieghe
spaventose con il ginocchio a terra, quando ancora i radiali non erano
usati e si correva con Phantom e Mandrake. Parliamo di motori,
elaborazioni, corse, ed a ogni frase emerge un’incontenibile passione
e spirito di sacrificio che, nonostante il gravissimo incidente che ha
messo fine alla sua carriera di pilota e, solo per un soffio, non ne ha
reciso anche la vita, lo legano indissolubilmente alla moto.
Mario
inizia la sua carriera nel 1969 con un Minarelli 50 con il quale
partecipa al campionato della montagna, arrivando sesto. Negli anni
seguenti alterna periodi di pausa a gare prima con un Settebello,
un’Aletta ed una Aer-macchi HD 350 ex-Pasolini. Poi, come, racconta
lui stesso:
“Nel ‘78, per una lunga serie di motivi, tra i quali il morale basso
per i risultati che non venivano, incidenti assai gravi accaduti sotto
ai miei occhi ad amici in gara e le solite difficoltà economiche, mi
portano a cessare l’attività, anche se molto a malincuore. Poi, nel
‘82, compro un Pantah 500 incidentato e decido di risistemarlo. Così,
con la moto realmente di serie ottengo il secondo posto nel campionato
toscano, per poi vincerlo l’anno dopo. Nel ‘84 le cose vanno per il
meglio con un telaio D.M. e un’accurata preparazione del motore: la
lotta in quell’anno è molto serrata
con l’amico Pagnozzi, ufficiale Laverda, con il quale
sono in lizza per la testa del campionato italiano che finisco al
secondo posto perché manco il primo posto nell’ultima gara per soli
sette decimi. L’anno seguente inizia con i migliori auspici in quanto
sono contattato da Bordi e Farné per entrare finalmente come ufficiale
alla Ducati e partecipare al campionato con una F1. Intanto continuavo
il campionato della montagna; a Sillano, in prova,
ho il primo tempo assoluto. Il tracciato è quello lungo, mi
impegno come sempre e sto andando bene quando, a 5 km dalla partenza in
un punto senza visibilità che percorro in quinta piena a più di 200
Km/h, mi trovo davanti il pilota partito prima di me e che sta
procedendo molto più piano. Lo tampono di struscio e perdo il controllo
della moto che comincia a sbacchettare e ad ondeggiare, partendo per la
tangente. Attraverso la strada, demolisco un muretto paracarro, poi con
la gamba destra abbatto letteralmente un albero e finisco in fondo alla
scarpata. La situazione appare subito molto grave ai soccorritori: sono
incosciente e dalla frattura esposta della gamba destra un’emorragia
mi sta dissanguando e solo il sangue freddo del carabiniere Di Carlo,
che con la sua cintola mi fa il laccio emostatico, evita il peggio. Dopo
un anno e mezzo dall’incidente sono ancora ricoverato in ospedale,
dove finalmente vengo operato, ma le condizioni dell’arto sono tali
che rischio l’amputazione. Per farla breve, a più di dodici anni
dall’incidente mi devo sottoporre ad un’altra operazione che spero
mi restituirà, almeno in parte la possibilità di flettere la gamba.”
Gli
chiedo in che modo il gravissimo incidente ha modificato il suo rapporto
con le due ruote.
“La passione per la moto è immutata. Sono anche tornato in moto,
attrezzandola con una pedana ortopedica davanti al cilindro anteriore e
mettendo una seconda leva sotto quella della frizione per comandare il
freno posteriore. Sono poi rimasto nell’ambiente come preparatore di
Ducati”.
Alla
domanda su quali fossero i suoi progetti futuri, con il solito spirito,
mi ha risposto:
“Beh, dopo l’operazione, se darà gli esiti sperati, vincere il
mondiale, naturalmente!”.
Valerio
Giannini
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