URKA!!!
95 cv all'albero e 135 kg di peso:
con queste premesse si presenta
questa "bomba" made in Sanson.

di Claudio Falanga


bimota_1.jpgDopo aver provato la DB4 e averla descritta nelle pagine precedenti, abbiamo l’occasione di parlarvi della progenitrice dell’ultima Bimota motorizzata Ducati, la DB1, splendido modello della casa riminese, rivisto ed elaborato dal Team Sanson. 
Questa moto ha subito una serie di interventi, nel corso di numerosi anni, che l’hanno portata a prestazioni di tutto rispetto, ottimizzando, senza stravolgerli, i contenuti basilari del progetto. L’estetica di questa moto ha subito due interventi: il primo riguarda la colorazione, che è ora rossa con portanumeri gara bianchi, e la seconda è stata l’eliminazione della parte inferiore della carenatura. Proprio nel servizio sul DB4 ipotizzavamo una DB con il bicilindrico Ducati a vista, e vi garantiamo che la moto del Team Sanson l’abbiamo visionata successivamente, cosa che ci fa ritenere di non essere gli unici a pensarla così. Anche se la DB1 è stata una delle prime moto di serie a carenatura integrale al mondo, potrebbe coesistere una versione “nuda sotto”, magari seguendo la direttrice codone, sella, invece che la linea ascendente che Sanson ha creato semplicemente eliminando la parte inferiore della carena. La monoscocca che Sanson ha costruito in Avio Fibra è integrata di serbatoio, in luogo di quello di serie in polietilene reticolato. Numerose le parti in fibra di carbonio: dai parafanghi al cruscotto, dai coperchi valvole (più piccoli, soprattutto sul cilindro orizzontale, per consentire la presenza della ruota da 17 pollici) allo splendido finale di scarico costruito espressamente dalla Quat D. 

bimota_2.jpgAl posto della forcella originale Marzocchi M1 con steli tradizionali di 42 mm Ø è stata montata una forcella rovesciata WP da 43 con steli con trattamento nitrurazione. Anche il forcellone, originariamente in acciaio scatolato, è stato sostituito con uno in alluminio, più leggero e robusto, al quale è infulcrato un monoammortizzatore Double System senza molla (anche questo più leggero del Marzocchi originale). Molte altre le modifiche, dai dischi da 320 mm (gli originali erano da 280 mm) ai cerchi Marvic in magnesio da 17 pollici invece dei cerchi da 16 in alluminio stampato, che al giorno d’oggi creano anche qualche problema di reperibilità pneumatici. Passiamo ora al piatto forte: il motore. La cilindrata effettiva è passata da 748 a 780 cc, i pistoni sono ad alta compressione, le bielle sono Carrillo (più leggere e più robuste di quelle di serie), albero motore alleggerito, condotti di aspirazione e scarico lavorati e lucidati, guide valvole in bronzo al berillio, camera di scoppio lavorata e lucidata e tutte le parti in alluminio sabbiate. I carburatori originali, i DellOrto PHF 36, sono stati sostituiti con dei Keihin da 41 mm a valvola piatta con pompa di ripresa. Poi ancora gli alberi a camme più spinti e i bilancieri alleggeriti, le valvole da 42,5 mm all’aspirazione e 38 allo scarico, il carter frizione alleggerito (che migliora anche il raffreddamento), la campana frizione e dischi alleggeriti. Tanti interventi che, oltre a ridurre la massa totale, hanno incrementato notevolmente le prestazioni e l’affidabilità. Se la DB1 originale forniva una potenza massima di 63 CV, cosa che all’epoca aveva prestato il fianco a qualche critica, risolta con la produzione della DB1 SR che ne aveva 80, nella DB1 Sanson la potenza è di ben 95 CV all’albero. 
Ma il dato si fa rilevante, se rapportato alla riduzione di peso che è stata di ben 25 Kg, cioé 135 Kg. Con l’aumento della potenza, la riduzione del peso, gli interventi sulle sospensioni, la Bimota made in Sanson è senz’altro diventata un’altra moto, accentuando e raffinando le doti di guidabilità e prontezza già tipiche del modello di serie, con un motore molto più rapido nel prendere giri. 

bimota_3.jpgSono comunque moltissimi gli interventi che Sanson ha realizzato, a partire da tutte quelle parti lavorate dal pieno, come le pedane e le piastre forcella in ergal, materiale usato anche per i manubri e per gran parte della bulloneria. Tra le particolarità, da annoverare la possibilità di regolare la forcella anche senza sosta ai box e l’ancoraggio flottante della pinza freno posteriore con funzione antisaltellamento. Un notevole impegno l’ha richiesto la fabbricazione dell’impianto di scarico in acciaio inox, ottenuto con un lungo lavoro con saldatura TIG, a testimonianza della pazienza e competenza con cui è stata realizzata questa bella special. 
Del resto, la passione di Ivan Sanson per i bicilindrici di Borgo Panigale è di lunga data: proprio in questi giorni, infatti, il suo team ha festeggiato i “primi” 20 anni di attività, un anniversario che la dice lunga sulla passione e le capacità del bravo preparatore veneto. Ma Sanson, oltre a preparare Ducati, le porta anche in pista: con la moto presentata in questo articolo ha corso a Zeltweg, durante la Ducati Speed Week, vincendo la categoria BoTT del 1997 e classificandosi terzo nel ‘98, facendo così onore alle belle prestazioni ottenute dalla DB1 nei campionati Italiano TT1, Endurance, e B.O.T. (1985/86) con alla guida nomi del calibro di Matteoni, Tardozzi, Vitali e Pirovano. Quest’anno è prevista una sosta, visto che la bellissima gara austriaca non viene replicata. Se come si dice verrà ripresa nel 2000, sicuramente questa DB1 sarà tra le favorite. A proposito, cos’altro escogiterà nel frattempo Ivan Sanson su questa moto?

Claudio Falanga


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