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UN TIPO TRANQUILLO
Il ritorno di Troy

Di Andrea Tesseri
 

La classifica, dopo la gara di Silverstone, si presta a una sola, incontrovertibile, lettura. Troy Bayliss e la sua Ducati 999 F06 dominano: sette gare vinte consecutivamente, tre doppiette, un vantaggio che, quando non siamo neanche al giro di boa, ha i connotati terribili di un baratro, profondo da vertigini, e già dannatamente difficile da colmare per gli avversari. L'australiano vola e tutto quanto sembra venirgli facile.
Il popolo ducatista lo ha amato da subito. Chiamato nel 2000 a colmare il vuoto lasciato da Fogarty, con la 998 è campione del mondo Superbike l'anno seguente, per poi rendersi protagonista nel 2002 di un avvincente duello con Colin Edwards, arrivandogli alle spalle, in un campionato nel quale l'ultima gara, ad Imola, rimarrà come l'icona e l'essenza della grande battaglia fra i due. Nel 2003, assieme a Capirossi, porta al debutto il grande sogno di Borgo Panigale: la Ducati Desmosedici.
La moto è una piacevole sorpresa per tutti e l'inizio di stagione di Troy è addirittura più redditizio di quello di Loris. Alla fine è sesto. Nel 2004, l'anno della crisi tecnica della Desmosedici, raccoglie poco e termina quattordicesimo in classifica. I vertici della Ducati lo vogliono di nuovo a combattere in Superbike nel 2005, ma Bayliss sceglie la Honda e il team Pons pur di rimanere in MotoGP. La stagione si rivelerà avara di soddisfazioni e culminerà con un serio infortunio che anticiperà per lui la fine stagione.
Adesso è tornato, sulla sua moto rossa, con il suo splendido bicilindrico, nel suo campionato. La Superbike saluta di nuovo il numero 21, i ducatisti hanno di nuovo l'idolo del quale si erano sentiti ingiustamente privati.
Ma quali sono i segreti del dominio di Troy e della 999? Si è parlato di particolari e costose alchimie elettroniche, diavolerie che quasi permetterebbero alla moto, da sola, di portare l'australiano a spasso per i circuiti guidandolo, con poco merito del pilota, per primo al traguardo. C'è qualcosa in questo che non torna, non può, nel nostro sport, ridursi tutto alla stregua di una moto lanciata sulla pista della Polystil.
Qui contano cuore, polso, tranquillità interiore e geometrie. Bisogna vederci chiaro, anche alla luce dei risultati del tutto diversi del suo compagno di squadra Lanzi, che dispone dello stesso pacchetto tecnico.
Abbiamo parlato con chi lo conosce bene, perché volevamo capire e restituire a un grande pilota i propri meriti. E' il presidente di Ducati, Federico Minoli a parlare per primo: "Bayliss è sempre stato fortissimo. Ha avuto un attimo di sbandamento l'anno scorso perché non era a casa sua! - frase netta e pronunciata con decisione - E' tornato a casa e come tutti quelli che tornano a casa, dopo essere stati in giro, si sentono meglio e vanno fortissimo."
Chiediamo quanta fatica e quanto sforzo ci siano da parte della Ducati per permettere a Troy di vincere in maniera così apparentemente facile. Il riferimento alla gestione elettronica è chiaro e la risposta lo è altrettanto: "La moto non è cambiata molto rispetto allo scorso anno, - quando Laconi e Toseland sembravano quasi sempre lontani dal cavare il classico ragno dal buco - quindi quello che Troy ci mette è veramente del suo. La moto andava bene lo scorso anno e va bene quest'anno: è lui che fa la differenza!"
Bayliss è un campione della gente, vicino alla gente comune, sia per carattere, sia per la modestia. Minoli ci racconta un aneddoto: "Pensa che, dopo la gara di Monza - racconta divertito - eravamo tutti a cena e lo festeggiavamo applaudendo. Ad un certo punto, mi si avvicina suo figlio, tre anni, e mi chiede: “Ma perché, che cosa ha fatto il mio papà?” Questo la dice lunga sul fatto che Troy non se la tiri neanche in famiglia e che si consideri uno che fa un mestiere, che certo lo diverte, ma che non lo distoglie dal suo essere una persona semplice."

Marco Bracconi, "Bracco", capotecnico di Capirossi, segue lo stesso pensiero: "Si è ritrovato nel suo ambiente. La MotoGP è una cosa diversa: hanno tempi più tirati - poi prosegue - Troy la Superbike la conosce bene, lì ha ritrovato il suo mondo ideale, portandosi dietro l'esperienza maturata in questi anni; finché conserverà la mentalità che ha acquisito, non avrà niente da temere."
Anche per "Leo", Bruno Leoni, oggi capotecnico di Gibernau, che ha seguito prima Bayliss in Superbike, poi in MotoGP, sulla rinascita del pilota australiano sono stati determinanti i fattori ambientali. Lui Troy lo conosce bene: "E' tornato nel suo ambiente ed é tornato tranquillo - afferma lapidario - Adesso non ha stress: è un pilota che ha bisogno dei suoi spazi."
Allora, guardiamo la storia da un altro punto di vista: che cosa gli è mancato nell'ambiente dei GP? "Lì ci sono troppi impegni, con il pubblico, con gli sponsor. Troy è uno che deve fare la propria vita... come Valentino. Deve avere pochi vincoli per rendere al massimo. D'altra parte si è ritrovato a essere il campione del mondo della Superbike così, partendo dall'esser nessuno, per giunta non più giovanissimo."
Per Giancarlo Falappa la questione gira intorno a un perno vecchio quanto le corse in moto: il binomio uomo-motocicletta: "Troy non lo scopriamo certo adesso. E' già stato iridato nel 2001 con la 998. Di là - nella MotoGP - era un pesce fuor d'acqua. Adesso, che è di nuovo sul terreno a lui più congeniale, sta testimoniando il suo valore e il valore della moto. C'è sempre stato bisogno di pilota e moto competitivi."
Sul binomio in questione interviene anche Paolo Ciabatti, responsabile di Ducati Corse per la Superbike, spostando l'ago della bilancia che segna l'equilibrio tra valore del mezzo e quello dell'uomo in una direzione precisa: "Sicuramente Troy Bayliss è un fuoriclasse. In questo momento è lui a fare la differenza. La moto di quest'anno è identica a quella dell'anno scorso; abbiamo semplicemente aggiornato la forcella e l'ammortizzatore posteriore... ma sono dei cambiamenti di dettaglio. Da parte nostra abbiamo un anno in più di esperienza nell'utilizzo della parte elettronica della moto, che è piuttosto sofisticata, ma non abbiamo novità in quest'ambito - Ciabatti poi prosegue, dandoci l'idea della squadra simile a un mosaico nel quale si armonizzano tutte le tessere - Avere sopra la moto un pilota di questa caratura, che riesce a comunicare in modo perfetto con il suo ingegnere di pista, sicuramente ci ha messi in grado di mettere a punto la 999 al cento per cento, secondo le sue caratteristiche di guida. Ti dico che io penso che Troy sia uno dei migliori piloti a livello globale e quindi ti ripeto che è lui che sta facendo la differenza!"
Se guardassimo la classifica, togliendo Bayliss da là in cima, il campionato si presenterebbe come uno dei più equilibrati di sempre, ma Troy in questo momento è una vera macchina da gara, un animale che fiuta il traguardo e lo taglia per primo, come il veltro più veloce della muta scatenata... Un animale, come fu definito dall'ingegner Claudio Domenicali quando si sapeva già che Troy avrebbe perso il sellino della Desmosedici, sarebbe andato via dalla Ducati e comunque era lì sul podio in Spagna. Era l'ultima gara del campionato MotoGP del 2004 e ripartiamo da lì, da quella definizione, dall'animale: "Valencia 2004! - l'entusiasmo si legge negli occhi e nella voce di Domenicali - Confermo: è un uomo fatto così; è un cavallo di razza che ha ritrovato una moto, una squadra e un feeling che gli permette di guidare danzando nelle chicanes, come gli abbiamo visto fare a Silverstone, con una dinamica che è veramente affascinante - anche Claudio, chiamato in causa su Bayliss, non si lascia pregare e si entusiasma descrivendo il grande momento del proprio pilota e della 999 - Si sente a casa e questo gli permette di guidare in modo spensierato, senza preoccupazioni e ha una confidenza con il bicilindrico che gli permette prestazioni eccellenti!"
Troy è tornato, restituendosi a un ruolo di alfiere che forse neanche Fogarty aveva saputo fino in fondo ricoprire. Ducati Corse lo avrebbe riportato a casa già nel 2005, dimostrandogli già allora affetto e fiducia, sentimenti rimasti intatti anche dopo la parentesi Honda: "Un po' tutti, in Ducati, siamo rimasti legati a Troy - prosegue l'Amministratore Delegato di Borgo Panigale - E' stato lui che, in qualche modo, ci ha recuperati dalla situazione del dopo Carl Fogarty. Rimaneva quindi un debito di riconoscenza da parte nostra e un po' tutti eravamo convinti che lui potesse tornare in Superbike e andare forte da subito, per il livello di confidenza che ha con il nostro bicilindrico."
La prima volta che abbiamo intervistato Troy, in occasione del World Ducati Week a Misano, nel 2002, ci ha colpito: non ci conoscevamo e nonostante questo, lui, la settimana dopo, quando si correva il Round sanmarinese sulla stessa pista, incrociandolo, cercava con lo sguardo il momento propizio per salutarci, come vecchi amici, da pari a pari.
Di solito avviene il contrario. Grande pilota e, senza timore di smentita, grandissima persona.
 
 

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