
La classifica, dopo la gara di Silverstone, si presta
a una sola, incontrovertibile, lettura. Troy Bayliss e la sua Ducati 999
F06 dominano: sette gare vinte consecutivamente, tre doppiette, un
vantaggio che, quando non siamo neanche al giro di boa, ha i connotati
terribili di un baratro, profondo da vertigini, e già dannatamente
difficile da colmare per gli avversari. L'australiano vola e tutto
quanto sembra venirgli facile.
Il popolo ducatista lo ha amato da subito. Chiamato nel 2000 a colmare
il vuoto lasciato da Fogarty, con la 998 è campione del mondo Superbike
l'anno seguente, per poi rendersi protagonista nel 2002 di un avvincente
duello con Colin Edwards, arrivandogli alle spalle, in un campionato nel
quale l'ultima gara, ad Imola, rimarrà come l'icona e l'essenza della
grande battaglia fra i due. Nel 2003, assieme a Capirossi, porta al
debutto il grande sogno di Borgo Panigale: la Ducati Desmosedici.
La moto è una piacevole sorpresa per tutti e l'inizio di stagione di
Troy è addirittura più redditizio di quello di Loris. Alla fine è sesto.
Nel 2004, l'anno della crisi tecnica della Desmosedici, raccoglie poco e
termina quattordicesimo in classifica. I vertici della Ducati lo
vogliono di nuovo a combattere in Superbike nel 2005, ma Bayliss sceglie
la Honda e il team Pons pur di rimanere in MotoGP. La stagione si
rivelerà avara di soddisfazioni e culminerà con un serio infortunio che
anticiperà per lui la fine stagione.
Adesso è tornato, sulla sua moto rossa, con il suo splendido
bicilindrico, nel suo campionato. La Superbike saluta di nuovo il numero
21, i ducatisti hanno di nuovo l'idolo del quale si erano sentiti
ingiustamente privati.
Ma quali sono i segreti del dominio di Troy e della 999? Si è parlato di
particolari e costose alchimie elettroniche, diavolerie che quasi
permetterebbero alla moto, da sola, di portare l'australiano a spasso
per i circuiti guidandolo, con poco merito del pilota, per primo al
traguardo. C'è qualcosa in questo che non torna, non può, nel nostro
sport, ridursi tutto alla stregua di una moto lanciata sulla pista della
Polystil.
Qui contano cuore, polso, tranquillità interiore e geometrie. Bisogna
vederci chiaro, anche alla luce dei risultati del tutto diversi del suo
compagno di squadra Lanzi, che dispone dello stesso pacchetto tecnico.
Abbiamo parlato con chi lo conosce bene, perché volevamo capire e
restituire a un grande pilota i propri meriti. E' il presidente di
Ducati, Federico Minoli a parlare per primo: "Bayliss è sempre stato
fortissimo. Ha avuto un attimo di sbandamento l'anno scorso perché non
era a casa sua! - frase netta e pronunciata con decisione - E' tornato a
casa e come tutti quelli che tornano a casa, dopo essere stati in giro,
si sentono meglio e vanno fortissimo."
Chiediamo quanta fatica e quanto sforzo ci siano da
parte della Ducati per permettere a Troy di vincere in maniera così
apparentemente facile. Il riferimento alla gestione elettronica è chiaro
e la risposta lo è altrettanto: "La moto non è cambiata molto rispetto
allo scorso anno, - quando Laconi e Toseland sembravano quasi sempre
lontani dal cavare il classico ragno dal buco - quindi quello che Troy
ci mette è veramente del suo. La moto andava bene lo scorso anno e va
bene quest'anno: è lui che fa la differenza!"
Bayliss è un campione della gente, vicino alla gente comune, sia per
carattere, sia per la modestia. Minoli ci racconta un aneddoto: "Pensa
che, dopo la gara di Monza - racconta divertito - eravamo tutti a cena e
lo festeggiavamo applaudendo. Ad un certo punto, mi si avvicina suo
figlio, tre anni, e mi chiede: “Ma perché, che cosa ha fatto il mio
papà?” Questo la dice lunga sul fatto che Troy non se la tiri neanche in
famiglia e che si consideri uno che fa un mestiere, che certo lo
diverte, ma che non lo distoglie dal suo essere una persona semplice."

Marco Bracconi, "Bracco", capotecnico di Capirossi, segue lo stesso
pensiero: "Si è ritrovato nel suo ambiente. La MotoGP è una cosa
diversa: hanno tempi più tirati - poi prosegue - Troy la Superbike la
conosce bene, lì ha ritrovato il suo mondo ideale, portandosi dietro
l'esperienza maturata in questi anni; finché conserverà la mentalità che
ha acquisito, non avrà niente da temere."
Anche per "Leo", Bruno Leoni, oggi capotecnico di Gibernau, che ha
seguito prima Bayliss in Superbike, poi in MotoGP, sulla rinascita del
pilota australiano sono stati determinanti i fattori ambientali. Lui
Troy lo conosce bene: "E' tornato nel suo ambiente ed é tornato
tranquillo - afferma lapidario - Adesso non ha stress: è un pilota che
ha bisogno dei suoi spazi."
Allora, guardiamo la storia da un altro punto di vista: che cosa gli è
mancato nell'ambiente dei GP? "Lì ci sono troppi impegni, con il
pubblico, con gli sponsor. Troy è uno che deve fare la propria vita...
come Valentino. Deve avere pochi vincoli per rendere al massimo. D'altra
parte si è ritrovato a essere il campione del mondo della Superbike
così, partendo dall'esser nessuno, per giunta non più giovanissimo."
Per Giancarlo Falappa la questione gira intorno a un
perno vecchio quanto le corse in moto: il binomio uomo-motocicletta: "Troy
non lo scopriamo certo adesso. E' già stato iridato nel 2001 con la 998.
Di là - nella MotoGP - era un pesce fuor d'acqua. Adesso, che è di nuovo
sul terreno a lui più congeniale, sta testimoniando il suo valore e il
valore della moto. C'è sempre stato bisogno di pilota e moto
competitivi."
Sul binomio in questione interviene anche Paolo Ciabatti, responsabile
di Ducati Corse per la Superbike, spostando l'ago della bilancia che
segna l'equilibrio tra valore del mezzo e quello dell'uomo in una
direzione precisa: "Sicuramente Troy Bayliss è un fuoriclasse. In questo
momento è lui a fare la differenza. La moto di quest'anno è identica a
quella dell'anno scorso; abbiamo semplicemente aggiornato la forcella e
l'ammortizzatore posteriore... ma sono dei cambiamenti di dettaglio. Da
parte nostra abbiamo un anno in più di esperienza nell'utilizzo della
parte elettronica della moto, che è piuttosto sofisticata, ma non
abbiamo novità in quest'ambito - Ciabatti poi prosegue, dandoci l'idea
della squadra simile a un mosaico nel quale si armonizzano tutte le
tessere - Avere sopra la moto un pilota di questa caratura, che riesce a
comunicare in modo perfetto con il suo ingegnere di pista, sicuramente
ci ha messi in grado di mettere a punto la 999 al cento per cento,
secondo le sue caratteristiche di guida. Ti dico che io penso che Troy
sia uno dei migliori piloti a livello globale e quindi ti ripeto che è
lui che sta facendo la differenza!"
Se guardassimo la classifica, togliendo Bayliss da là in cima, il
campionato si presenterebbe come uno dei più equilibrati di sempre, ma
Troy in questo momento è una vera macchina da gara, un animale che fiuta
il traguardo e lo taglia per primo, come il veltro più veloce della muta
scatenata... Un animale, come fu definito dall'ingegner Claudio
Domenicali quando si sapeva già che Troy avrebbe perso il sellino della
Desmosedici, sarebbe andato via dalla Ducati e comunque era lì sul podio
in Spagna. Era l'ultima gara del campionato MotoGP del 2004 e ripartiamo
da lì, da quella definizione, dall'animale: "Valencia 2004! -
l'entusiasmo si legge negli occhi e nella voce di Domenicali - Confermo:
è un uomo fatto così; è un cavallo di razza che ha ritrovato una moto,
una squadra e un feeling che gli permette di guidare danzando nelle
chicanes, come gli abbiamo visto fare a Silverstone, con una dinamica
che è veramente affascinante - anche Claudio, chiamato in causa su
Bayliss, non si lascia pregare e si entusiasma descrivendo il grande
momento del proprio pilota e della 999 - Si sente a casa e questo gli
permette di guidare in modo spensierato, senza preoccupazioni e ha una
confidenza con il bicilindrico che gli permette prestazioni eccellenti!"
Troy è tornato, restituendosi a un ruolo di alfiere che forse neanche
Fogarty aveva saputo fino in fondo ricoprire. Ducati Corse lo avrebbe
riportato a casa già nel 2005, dimostrandogli già allora affetto e
fiducia, sentimenti rimasti intatti anche dopo la parentesi Honda: "Un
po' tutti, in Ducati, siamo rimasti legati a Troy - prosegue
l'Amministratore Delegato di Borgo Panigale - E' stato lui che, in
qualche modo, ci ha recuperati dalla situazione del dopo Carl Fogarty.
Rimaneva quindi un debito di riconoscenza da parte nostra e un po' tutti
eravamo convinti che lui potesse tornare in Superbike e andare forte da
subito, per il livello di confidenza che ha con il nostro bicilindrico."
La prima volta che abbiamo intervistato Troy, in occasione del World
Ducati Week a Misano, nel 2002, ci ha colpito: non ci conoscevamo e
nonostante questo, lui, la settimana dopo, quando si correva il Round
sanmarinese sulla stessa pista, incrociandolo, cercava con lo sguardo il
momento propizio per salutarci, come vecchi amici, da pari a pari.
Di solito avviene il contrario. Grande pilota e, senza timore di
smentita, grandissima persona.
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