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CUORE SPORTIVO
Monografia della Ducati ST2
Di Stefano Ferrigno

Un’eredità pesante e un progetto in chiaroscuro: così può descriversi l’essenza della Ducati Sport Touring. Se la Paso, da parte sua, aveva la personalità per costituire un esempio di moto fuori dagli schemi, era chiaro che il modello che l’avrebbe dovuta sostituire doveva rinunciare a un po’ di esclusività a favore di una maggiore versatilità ed efficacia nell’uso turistico.
Il progetto della nuova moto si protrasse più del dovuto, a causa delle ben note vicissitudini della Casa di Borgo Panigale verso la metà degli anni ’90.
La nuova linfa vitale portata dal capitale TPG (1996) sbloccò la situazione portando in produzione, nel 1997, la Ducati ST2.
Il risultato finale, pur frutto di un buon progetto, fu all’atto pratico penalizzato da una serie di scelte tecniche ed estetiche di ripiego, non ultima la necessità di prevedere a priori la possibilità di ospitare diversi tipi di motore rimanendo invariata la struttura meccanica ed elettrica. Parlare di estetica della ST equivale a parlare di meccanica: le forme di questa moto sono infatti funzionali agli organi del propulsore e dell’impianto elettrico.
Forse proprio questo fattore ha ridotto l’appeal del modello, fin dalla presentazione al Motor Show di Bologna. Tuttavia, almeno sulla carta, ogni cosa sulla ST è pensata con una netta priorità alla funzionalità: primi fra tutti gli specchi retrovisori, che sulla Paso erano tanto ricercati nel design quanto inutili per il loro scopo, sulla ST diventano un’ingombrante appendice sul cupolino, ma con funzionalità egregia, grazie anche alla doppia concavità del vetro.
Il cupolino, a dispetto dell’impatto formale poco accattivante, ha un’ottima aerodinamica e ingloba nelle sue forme un faro veramente efficace, composto da due elementi separati, dove la funzione di anabbagliante è svolta da un proiettore poliellissoidale.
Anche gli indicatori di direzione sono integrati e protetti da un guscio trasparente, a sottolineare ancora una volta una ricercatezza fino ad allora sconosciuta sulle moto bolognesi. Nella parte bassa, dietro a una bella griglia ricavata da lamelle d’alluminio opportunamente sagomate, si cela una presa d’aria dinamica che, attraverso dei manicotti in gomma, porta aria fresca proprio di fronte ai cornetti di aspirazione dell’air box.
Quest’ultimo è il più capiente mai visto fino a quel momento su un Desmodue: a esso fanno capo due corpi farfallati da 45 mm comandati dal sistema di iniezione, sostanzialmente analogo a quello della gamma Superbike del periodo.
Si tratta della classica unità Marelli IAW 1.6M dotata di microprocessore Motorola e di mappatura contenuta in una Eprom accessibile ed estraibile. Il tutto ad alimentare la vera novità del nuovo modello: un propulsore inedito, ma sempre basato sulla classica formula del bicilindrico a L di derivazione Pantah.

 

In realtà, si tratta di molto più che una semplice elaborazione del motore della 907 i.e.: con un alesaggio portato a 94 mm, la cilindrata totale è infatti di 944 cc. Le camere di combustione mantengono la configurazione “trisferica” ottenuta attraverso macchine utensili: il rapporto di compressione è però particolarmente elevato (10,2:1) e così anche la fasatura, decisamente più spinta rispetto ai propulsori di 904 cc.
Tutto questo è permesso dall’abbondante raffreddamento provvisto all’unità motrice, con termiche raffreddate a liquido che mantengono la classica alettatura, aumentando la capacità convettiva dell’insieme. Proprio in quest’ottica, il 944 non viene equipaggiato da uno scambiatore di calore per l’olio lubrificante.
In realtà, la temperatura d’esercizio del motore resta piuttosto bassa ed è difficile leggere valori superiori ai 90° sul comodo display a cristalli liquidi integrato nella strumentazione. In ogni caso, qualora si superassero i 103°, il sistema si affida al contributo di una singola ventola montata posteriormente al bel radiatore a superficie curva. Dunque, è tutt’altro che un tranquillo bicilindrico di impostazione turistica: con alzate di 11,8 e 11,4 mm (aspirazione e scarico) e un regime di rotazione particolarmente elevato rispetto ai suoi predecessori, il 944 aggiunge all’incredibile coppia garantita dalla cilindrata un allungo tutt’altro che trascurabile. L’unico particolare che aiuta nell’uso in coppia, o con eventuale bagaglio, è il grosso volano, decisamente pesante, che regolarizza notevolmente il riottoso bicilindrico, specie ai bassi regimi.
Grosse modifiche sono presenti nel reparto trasmissione, dove la primaria passa dal classico 2:1 al rapporto di 1,84:1, che diverrà il nuovo standard. Sulla ST2 viene inoltre montata una corona da 42 denti che, con il pignone da 15, consente alla motocicletta ottime doti di ripresa e accelerazione, anche a pieno carico.
Resta penalizzata la velocità di punta, ma per i più esuberanti, Ducati, già alla presentazione della nuova moto, ha già pensato a un modello leggermente diverso...
Per quanto riguarda il telaio, si tratta di qualcosa di completamente nuovo, sebbene la struttura segua lo stile del classico traliccio Ducati nella versione a “cintura bassa”, cioè quello di origine 851.
Nel 1997 erano già ampiamente collaudate le varianti di tale formula adoperate sulla 916 e sul Monster. In particolare, l’articolazione progressiva della sospensione posteriore non adopera il sistema ad archetto di quest’ultima, ma un’efficientissima variante del sistema con puntone regolabile. Il forcellone, pur efficiente e ben dimensionato, è in semplice acciaio, mentre la funzione ammortizzante è affidata a un eccellente elemento Showa (GD082) completamente regolabile, con serbatoio separato per l’azoto nascosto nel sotto sella.
 


 

La forcella, della stessa marca, è a steli rovesciati da 43 mm, anch’essa regolabile e dotata di perno ruota cavo e maggiorato, che sarebbe diventato un classico sulle moto bolognesi. La coppia di Showa, eredità della 916, è il vero fiore all’occhiello della ST2.
Il connubio col nuovo telaio, meno rigido rispetto alla supersportiva Ducati a quattro valvole, regala un rigore e una guidabilità senza precedenti nella categoria. Per quanto riguarda i freni, il classico set di dischi Brembo da 320 mm è per la prima volta gestito dalle nuove pinze a interasse maggiorato. Sulla prima serie della ST, le pompe di freno e frizione non sono le “Serie Oro”, ma le classiche con serbatoio integrato e leve non regolabili di colore nero.
Una rilevante caratteristica distingue, poi, la ST2 da ogni altra moto: la possibilità di modificare l’inclinazione dei silenziatori in funzione dell’utilizzo: alti per l’uso sportivo senza borse, bassi in caso di necessità di trasporto bagagli.
Per realizzare ciò, i due terminali fanno una curva a 90° in prossimità della giunzione dei collettori e si innestano in una cerniera mantenuta stagna ai gas da elementi elastici. La carne al fuoco è tanta e le premesse facevano ipotizzare un discreto successo commerciale per la neonata ST2.
Purtroppo, però, l’immagine troppo mansueta e tutta una serie di magagne pratiche, elettriche e meccaniche, minarono la carriera della valida bicilindrica. Alcuni difetti furono nel tempo risolti dalla Casa, che aggiornò i modelli in vendita e talvolta effettuò dei richiami su quelli già circolanti. In particolare, la prima serie del ’97 ha numerosi peccati di gioventù.
Partendo dall’impianto elettrico, sulla ST2 è stato installato un alternatore da 420 Watt, potente, ma non abbastanza per le necessità del mezzo: già l’anno successivo fu eseguito un richiamo retroattivo per il montaggio di un elemento trifase da 520 Watt.
Parallelamente, si verificarono spesso avarie all’impianto dovute al malfunzionamento o alla rottura del regolatore di tensione, probabilmente sovraccaricato rispetto al lavoro per cui era stato progettato. Nei primi esemplari, poi, lo stesso è alloggiato in posizione riparata, senza poter beneficiare di un sufficiente raffreddamento (proprio per questo motivo, su alcune versioni fu spostato all’interno della presa d'aria dinamica posta sul cupolino).
Buona regola è comunque verificare sempre lo stato delle connessioni, eventualmente trattandole con degli appositi spray per contatti. Problemi furono riscontrati nel circuito d’alimentazione, con un richiamo sulle linee del carburante e sporadici malfunzionamenti della pompa benzina, risolti solo nelle versioni più recenti.
 

Come alcuni 4 valvole di quel periodo, anche la ST2 soffre di un avviamento difficile e spesso impossibile: ciò principalmente a causa dell’elevata compressione del motore e della batteria installata, che difficilmente mantiene la tensione massima.
In più, il cablaggio che collega la batteria al motorino d’avviamento è di sezione insufficiente: la sua sostituzione con uno maggiorato può risolvere quasi completamente il problema, a patto di non lasciare la moto ferma per lunghi periodi. Per quanto concerne le parti meccaniche, sui primi modelli è installata una leva del cambio di derivazione 916, decisamente troppo corta per questa moto.
Successivamente, venne installata una leva identica a quella del Monster, più adeguata. Allo stesso modo, il brutto e scomodo cavalletto incurvato delle prime serie fu successivamente sostituito con una stampella diritta, molto più pratica e affidabile. Le sospensioni sono state nel tempo oggetto di aggiornamento, ma nelle ultime versioni sono drasticamente semplificate, perdendo le regolazioni. Le migliori sono paradossalmente quelle della primissima serie.
Stesso discorso per i freni, dove pinze e dischi seguono gli aggiornamenti della Brembo. In questo caso, però, il miglior impianto frenante è quello delle ST2 più recenti, dotate anche di pompe con serbatoio separato.
Un richiamo vi fu anche sul pignone di trasmissione, la cui piastrina di ritegno tendeva, dopo pochi chilometri, a difettare; tutto risolto sulle versioni dal 2000 in poi. Ci sarebbero poi molti altri difetti minori da enumerare e si può in pratica affermare che nessun esemplare ne è esente…
Però, su una moto con destinazione così esplicitamente turistica, l’affidabilità è particolarmente ricercata dagli utenti e questi, nel caso della ST2, erano, in molti casi, per la prima volta ducatisti. Il tutto senza dimenticare che il più grosso limite dei bicilindrici desmo è la difficile accessibilità meccanica, tale da complicare anche gli interventi di controllo. Dunque, una moto sbagliata?
Nemmeno per idea. A parte le doti dinamiche, innegabilmente valide e improntate più sullo “sport” che sul “touring”, la ST2 offre una componentistica d’alto livello a un prezzo assolutamente competitivo, specie rispetto alle altre Ducati.
Questo fattore permette oggi di acquistare un esemplare usato a un buon prezzo, probabilmente anche aggiornato in tutti i particolari difettosi. Non dimentichiamo, poi, che il propulsore di 944 cc è stato incontestabilmente il miglior Desmodue sino all’uscita del nuovo 1000 DS, ricercatissimo anche per l’assemblaggio di moto da competizione, come le Supertwins.
Infatti, se di serie fornisce qualcosa in più di 80 cavalli, con i pochi consueti ritocchi a scarico, aspirazione e iniezione, può incrementare sensibilmente le proprie prestazioni, allungando fino a 10.000 giri e oltre, il tutto mantenendo una coppia taurina, con una pronta risposta al comando del gas, specie montando un volano alleggerito.
A titolo di esempio pratico, basti pensare che la ST4, versione a 4 valvole uscita successivamente, prevede di serie una corona con un dente in più, per garantire lo stesso tiro ai bassi regimi...

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