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DESMO PER SEMPRE
La distribuzione desmodromica (Prima parte)
di Stefano Ferrigno

Nella sua storia recente Ducati ha legato intimamente il proprio nome alla distribuzione desmodromica. Al di là delle caratteristiche generali di questo sistema, note ai più, ne analizzeremo il funzionamento, la manutenzione e l’elaborazione.
Sin dagli albori della meccanica moderna uno dei problemi di più difficile soluzione per i progettisti di motori a combustione interna riguardò la metodologia di regolazione dell’afflusso e dell’efflusso dei gas dalla camera di combustione.
Da un lato, la necessità di mantenere la massima impermeabilità in fase di scoppio, quando la miscela viene compressa e incendiata, dall’altro la priorità di garantire ai gas freschi e a quelli combusti un percorso il più possibile indisturbato e la massima velocità. Gli anni hanno progressivamente eletto a sistema principe quello dotato di valvole a fungo, la cui particolare conformazione permette di ottemperare alle due funzioni di cui sopra con risultati ottimali: una camma, agendo direttamente o indirettamente sullo stelo, apre la valvola la cui tenuta è successivamente garantita dalla stessa sovrapressione presente nella camera di combustione. Le valvole, di aspirazione e di scarico, vengono alternativamente comandate per permettere il ricambio della miscela gassosa. La chiusura è, nella quasi totalità dei casi, comandata da una o più molle di richiamo, generalmente montate in posizione coassiale allo stelo della valvola e opportunamente tarate.
La peculiarità del sistema desmodromico, come analizzeremo nel dettaglio più avanti, è proprio quella di non avere la chiusura automatica, ma comandata attivamente al pari dell’apertura. Le camme altro non sono che dei profili eccentrici riportati sopra un albero azionato tramite una catena cinematica dall’albero motore. Il profilo di ciascuna camma riproduce la legge di alzata delle diverse valvole, ed evidentemente la loro rotazione deve essere perfettamente sincronizzata con quella dell’albero motore, atteso che a ciascuna posizione del pistone dentro il cilindro nelle diverse fasi deve corrispondere un'esatta posizione della valvola. Per questo motivo, il moto viene trasmesso tra i due alberi tramite un treno di ingranaggi, una catena o, come nel caso Ducati, da una cinghia dentata (per questo definita cinghia sincrona).
L’etimologia del termine “desmodromico” va individuata nei vocaboli greci “desmos” e “dromikós”, la cui combinazione può interpretarsi come “che costringe il percorso”. Ovvero, tale termine si applica correttamente a qualsiasi meccanismo nel quale il funzionamento non sia automatico, ma comandato lungo ciascun grado di libertà: un’accezione, dunque, molto più generale di quella di uso comune, relativa al comando della distribuzione dei motori a scoppio, e riferibile, ad esempio, anche al comando del cambio di velocità. Tale sistema di comando delle valvole trovò applicazione, in tempi pionieristici, nel campo aeronautico e automobilistico, ma solo più recentemente venne adottato sui bicilindrici Ducati progettati dall’Ingegner Taglioni.
Sin dalla metà del secolo scorso, questi aveva più volte sperimentato con successo tale sistema su diversi propulsori bolognesi, arrivando a definirne la forma terminale col progetto Pantah degli anni ’70. La scelta di una simile complicazione meccanica deriva essenzialmente dalla scarsa affidabilità ed efficacia dei sistemi a molla di quel periodo. Mentre il ritorno automatico affida la rigorosità della legge di chiusura della valvola alle qualità elastiche della molla di richiamo, il comando desmodromico permette di rispettarne rigidamente le caratteristiche al pari di quanto avviene in apertura. Gli acciai armonici disponibili sino a poco tempo fa non permettevano di costruire molle in grado di garantire, a ogni regime, un funzionamento ottimale. In particolare, agli alti regimi si poteva verificare il cosiddetto “sfarfallamento” con il rapido movimento incontrollato delle valvole e il conseguente pericolo di dannose interferenze con il cielo del pistone.
Ciò imponeva di adottare fasature non troppo spinte, tali da evitare anomalie, specie agli alti regimi, mentre l’uso di molle dal carico eccessivamente elevato avrebbe accresciuto in modo deleterio l’assorbimento di potenza e l’usura dei profili coniugati a contatto. Ecco che la soluzione più ovvia era proprio quella di controllare la fasatura in entrambi i sensi, con tutte le evidenti controindicazioni del caso.
Occorreva, infatti, raddoppiare tutti gli organi della distribuzione, dato che ciascuna valvola avrebbe implicato la presenza di due camme (una di apertura e una di chiusura), di altrettanti bilancieri e sistemi di registro, il tutto nello spazio esiguo disponibile sopra ciascun cilindro. L’innovazione del motore bicilindrico Pantah di Taglioni, rispetto alle precedenti applicazioni desmodromiche da lui stesso progettate, era quello di realizzare una testa molto compatta dotata di un singolo albero in testa portante quattro camme per le due valvole.
Queste erano comandate da due bilancieri ciascuna, uno di tipo tradizionale per l’apertura e uno “a forchetta” per la chiusura. Quest’ultimo abbracciava lo stelo del fungo e ne regolava il movimento tramite un collarino che fungeva anche da registro. Un sistema talmente buono da essere sopravvissuto fino a oggi sugli ultimi motori a doppia accensione; addirittura, mantenendo il medesimo schema, nel “Desmotre” di 992 cc il singolo albero aziona ben 3 valvole (due di aspirazione e una di scarico) tramite sei camme e altrettanti bilancieri.
Nella progettazione del “Desmoquattro”, verso la metà degli anni ’80, l’Ingegner Bordi ricorse, invece, a due alberi in testa, modificando profondamente l’architettura di questo componente, pur mantenendo la struttura della parte termica e del basamento sostanzialmente invariata.
Gli affinamenti introdotti dai motori “Testastretta” non hanno avuto altro scopo se non quello di migliorare ulteriormente la fluidodinamica dei condotti e la disposizione dei diversi organi della distribuzione, andando a rappresentare lo stato dell’arte del sistema desmodromico applicato al motore a combustione interna.
Un’evoluzione necessaria per mantenere competitivo un motore con diversi decenni di storia, conservandone l’identità e il carattere inimitabili. Tuttavia, una domanda nasce spontanea: quale effettiva necessità vi era di mantenere, al giorno d’oggi, la pur efficace distribuzione desmodromica quando ormai si ottengono prestazioni perfettamente analoghe (quando non superiori) con sistemi tradizionali a richiamo elastico?

Tutti i motori, anche quelli ad alte prestazioni, hanno infatti abbandonato, sia in campo motociclistico che automobilistico, la complicazione del comando attivo in chiusura. La tecnologia dei materiali si è, infatti, evoluta in modo crescente e ha permesso la costruzione di molle a spirale con caratteristiche meccaniche ed elastiche inimmaginabili sino a pochi anni fa.
Il rischio di rotture è ormai cosa remota, mentre la resistenza alla fatica, alle alte temperature, così come la sensibilità a fenomeni di isteresi elastica e variazione della costante elastica sono ridotti in misura da non costituire un limite al raggiungimento di elevati regimi di rotazione nel rispetto della legge di fasatura imposta dal progettista.
La risposta a un simile quesito può sembrare scontata: qui ci limiteremo a scendere nei dettagli della dinamica dell’azionamento delle valvole, affinché ciascun lettore possa esprimere autonomamente il proprio giudizio. Come noto, nel corso di un ciclo completo, l’albero motore compie due giri, nel corso dei quali il pistone sale e scende due volte nel cilindro. Dapprima la miscela fresca è aspirata e compressa, nel secondo giro si hanno l’espansione (in seguito alla combustione) e lo scarico dei gas esausti.
Se potesse esistere una macchina perfetta, ciascuna fase del motore a quattro tempi durerebbe perciò mezzo giro, ma ovviamente così non è e per una macchina reale è bene apportare delle correzioni al ciclo ideale, allo scopo di perfezionare il compiersi delle varie fasi. Le valvole a fungo, a causa della loro geometria, nella posizione di inizio apertura e fine chiusura generano dei passaggi molto ridotti, per cui la miscela subisce forti laminazioni con conseguenti notevoli cadute di pressione, il che, di fatto, ostacola il flusso dei gas in ingresso o in uscita. E’ evidente allora che, non essendo istantanea l’apertura della valvola e, soprattutto, possedendo il fluido una certa inerzia ed elasticità che ne compromettono il libero flusso, le valvole andranno aperte e chiuse in tempi diversi da quelli teorici.
L’apertura della valvola di aspirazione dovrà, dunque, essere anticipata, mentre la chiusura di quella di scarico sarà posticipata. In questo modo, quando il pistone comincerà ad aspirare i gas freschi, la valvola sarà già completamente aperta. Viceversa, quando il pistone avrà completato la corsa di scarico, la valvola relativa non si sarà ancora chiusa.
Per lo stesso motivo, la chiusura dell’aspirazione verrà posticipata e l’apertura dello scarico anticipata. In aspirazione, infatti, per effetto della depressione esistente nel cilindro, il fluido fresco continua a entrare anche dopo che il pistone ha completato la sua corsa. Questo è un fattore chiave da sfruttare nell’elaborazione di un motore, che dipende molto dalla geometria dei condotti e della scatola filtro: più gas freschi si riescono a introdurre nel cilindro, più cresce il rendimento del motore, e quindi la potenza erogata.
Il posticipo della chiusura allo scarico è legato alla velocità di propagazione del fronte di fiamma: infatti, nella fase di combustione, è necessario un certo tempo perché tutta la miscela bruci in seguito all’accensione della scintilla sulla candela. Ovviamente, qui abbiamo toccato solo marginalmente le problematiche relative alla fasatura reale di un propulsore a quattro tempi.
Si è comunque visto come le valvole rimangano in sostanza aperte più a lungo di quanto si potrebbe pensare, per migliorare il rendimento del motore. Poiché ciascuna valvola lavora anche oltre la sua fase propria (aspirazione per una, scarico per l’altra) si verifica che, quando il pistone si trova al PMS (Punto Morto Superiore), dopo aver espulso tutti i gas combusti, le valvole siano entrambe aperte. E' questa la cosiddetta fase di incrocio, assai delicata e fondamentale nella messa a punto di un motore a scoppio.
Dopo questo doveroso excursus squisitamente tecnico è immediato capire quali siano realmente i vantaggi della distribuzione desmodromica. Le valvole, anche a regimi non stratosferici, restano aperte per tempi brevissimi e ancora più brevi sono i tempi di anticipo e ritardo di cui abbiamo parlato (nei motori motociclistici, siamo nell’ordine dei centesimi e millesimi di secondo).
E’ allora fondamentale la massima precisione e immediatezza del comando per ottenere il miglior funzionamento del propulsore, cosa ovviamente molto più facile con l’azionamento diretto delle valvole nei due versi. Ovviamente, ciò si realizza solo se la messa a punto delle punterie è ottimale: raddoppiando, infatti, il numero degli organi in azione è indispensabile che siano mantenuti in perfetta efficienza. In particolare, occorre assicurare i valori corretti di gioco tra le superfici a contatto, operazione che sarà oggetto della seconda parte di questa trattazione.

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