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MORDI E FRENA
Gli impianti frenanti sui modelli Ducati
Di Stefano Ferrigno

Gli impianti frenanti sono tra quei componenti della motocicletta che, dopo una rapida evoluzione, hanno raggiunto uno standard abbastanza stabile, dove la maggiore efficacia deriva solo da piccoli e sapienti ritocchi ai componenti meccanici e dall’uso di materiali sempre più performanti.
Mentre il freno posteriore, per la sua ridotta efficacia specie sui modelli sportivi, non è mai stato oggetto di grossa attenzione da parte dei progettisti, l’impianto anteriore è stato man mano perfezionato sino alla quasi eccellenza. Nel recente passato, Ducati si è sempre distinta per la grande qualità degli impianti frenanti utilizzati, anche sui modelli più economici. È dell’inizio degli anni ’90, in particolare, l’adozione di una configurazione che diverrà poi classica per le moto sportive: il doppio disco anteriore da 320 mm con pinze a quattro pistoncini.
Il preludio alla nuova generazione di impianti frenanti si ha nel 1989 con la prima SS 900, quella contraddistinta dall’adozione del carburatore Weber a doppio corpo.
A differenza di quanto avviene per il modello di 750 cc, sul 900, grazie alla presenza dei cerchi da 17’’, è montata una coppia di dischi Brembo da 300 mm di diametro con pinze a quattro pistoncini contrapposti da 32 mm ciascuno (P4/32-32), lo stesso impianto che avrebbe poi equipaggiato la Paso 907 i.e. nel 1991. In realtà, sarà la prima 851 a introdurre la classica accoppiata di dischi da 320 mm, misura che si spinge quasi al limite del possibile con un diametro ruota di 17’’.
Il modello successivo della SS, caratterizzato dall’alimentazione affidata a due carburatori CV costruiti da Mikuni e dall’estetica richiamante la coeva superbike, sancisce il passaggio definitivo al nuovo impianto frenante sulla produzione di grande serie. Ufficialmente, i nuovi dischi da 320 mm forniti da Brembo sono definiti flottanti. Una flangia interna riporta gli attacchi al cerchio e su di essa è vincolata la pista frenante tramite nottolini in grado di permettere spostamenti più o meno grandi durante il funzionamento.
Mentre i veri dischi flottanti, dedicati alle competizioni, arrivano ad avere anche alcuni millimetri di escursione assiale, controllata da apposite mollette di richiamo, quelli montati sulle SS e sulla 851 Strada hanno un gioco molto ridotto e il funzionamento dei dischi si avvicina a quello di componenti fissi. D’altro canto, rispetto ai componenti da gara, che durante la rotazione libera sono piuttosto rumorosi, i dischi di serie offrono la massima silenziosità di funzionamento, evitando nel contempo la rapida usura delle superfici causata dai piccoli e ripetuti urti tra pista, flangia e nottolini intermedi. Come avviene usualmente nei sistemi a disco flottante, la pinza è rigidamente vincolata al piede di forcella (pinza fissa P4/30-34).
Trattasi di un elemento a quattro pistoncini contrapposti di diametro differenziato (30 mm e 34 mm) al fine di garantire la massima gradualità e modulabilità d’intervento (la pressione è la medesima per i due pistoncini di uno stesso lato, ma la superficie varia proporzionalmente al diametro, da cui la variazione dell’azione sulle pastiglie).
Per la loro colorazione caratteristica, questi dispositivi vengono definiti “Serie Oro”, mentre la maggioranza dei vecchi componenti realizzati dalla Brembo per i mezzi di serie avevano sino a quel momento una molto meno appariscente colorazione nera.
La flangia dei dischi, anch’essa color oro, riporta i fori di alleggerimento circolari che diventeranno un classico, mentre la pista frenante, per permettere un migliore smaltimento del calore, degli agenti esterni e del residuo di ferodo, riporta delle forature ad andamento radiale.
Sui primi modelli, l’azionamento è affidato a una pompa al manubrio con stantuffo da 16 mm, caratterizzata dal colore nero e dalla vaschetta di recupero integrata nella fusione d’alluminio (Brembo PS16).
Nelle cilindrate minori, presumendo un uso meno gravoso del mezzo, l’impianto frenante viene letteralmente dimezzato: le SS di 350, 400 e 600 cc (e le prime 750) monteranno un solo disco e una sola pinza, sul lato sinistro, mentre il cerchio ruota, che rimane lo stesso, sul lato destro viene dotato di un tappo in plastica. Per adeguare il rapporto di torchio idraulico, la pompa al manubrio è ridotta nel diametro del pompante (Brembo PS13).
Nel frattempo (1993) è uscito il Monster, che ha ereditato in pieno l’impianto delle sorelle supersportive, con la sola modifica dell’inserimento di uno sdoppiatore fuso in alluminio e assicurato alla piastra di sterzo.
È a metà degli anni ’90 che sui modelli di maggiore cilindrata, quale eredità della serie 888, arrivano le pompe “Serie Oro”, che oltre alla colorazione caratteristica presentano il serbatoio di recupero separato e offrono la regolazione della distanza della leva dal manubrio (Brembo PS16S). Ne verranno prodotte in seguito due versioni differenziate dal tipo di attacco al manubrio e dalla foggia della leva.

 

 

L’unica variazione, dedicata ai modelli più esclusivi quali le varie 888 SP, la 900 SL e la M900S, è data negli anni dall’installazione di una coppia di dischi flottanti con pista frenante in ghisa, comunemente denominati “Brembo Race”. Le prestazioni di questi dischi, se accoppiati alle giuste pastiglie, sono eccezionali: sempre che non piova e che si sia raggiunta la temperatura ottimale per il funzionamento.
A causa del loro funzionamento particolare e della formazione di eventuali cricche sulla fragile pista in ghisa, dischi di questo tipo non verranno in seguito più montati sulle moto di serie.
La prima grossa evoluzione si ha invece nel 1997 con la presentazione della ST2, che monta in anteprima le nuove pinze Brembo a interasse maggiorato. Viene, infatti, incrementata, a favore della rigidezza complessiva, la distanza tra le asole di attacco al piede di forcella e, per lo stesso scopo, le pastiglie sono mantenute in sede non più da un perno singolo, ma da una coppia di perni forniti anche di una molletta per il recupero dei giochi. A partire dal 1998, le nuove pinze diventano uno standard su tutta la produzione Ducati.
È quindi il nuovo millennio a portare i maggiori cambiamenti, costituiti dall’arrivo, nell’ordine, delle pinze freno Triple Bridge, delle pompe radiali e dell’attacco radiale per le pinze. Il 996R, tra le varie prelibatezze tecniche, introduce le suddette pinze Triple Bridge: tra le due metà che costituiscono la pinza è aggiunto un ponticello che permette di incrementare la rigidità del complesso, avvicinandosi alle prestazioni delle pregiatissime pinze monolitiche ricavate dal pieno (usate solo nelle competizioni).
Di più, le pastiglie non sono più due, ma ciascun pistoncino ne ha una dedicata, arrivando dunque a quattro e perfezionando così il contatto tra le superfici e raddoppiando i bordi d’attacco (parametro questo assai importante nella definizione del coefficiente d’attrito).
Nel giro di pochi anni, con l’arrivo della 999, queste pinze diventano lo standard per le hypersportive bolognesi, accoppiate a un’ulteriore anteprima mondiale da parte di Ducati: la prima moto di serie equipaggiata con una pompa radiale di ultima generazione. Com’è noto, nelle pompe tradizionali il pistone è azionato tramite un piccolo dente di rinvio disposto a 90° rispetto alla leva, mentre nelle pompe radiali si trova in posizione ortogonale alla leva ed è azionato direttamente da essa. La resa dei due sistemi è differente: per costruzione, la soluzione radiale garantisce una legge di quasi perfetta linearità nell’amplificazione della forza di comando.
Difatti, la direzione della forza impressa dalla mano è parallela a quella diretta sul pompante, quindi i bracci di leva non variano con l’angolo di rotazione, mentre in una pompa tradizionale il movimento tangenziale del pistone non permette una legge di amplificazione perfettamente lineare.
Per limitare gli ingombri, critici in una pompa radiale, nelle nuove radiali Brembo di serie l’asse del pistone è leggermente inclinato e ciò, per quanto detto sopra, fa perdere all’atto pratico un po’ di efficacia al sistema.
L’ultima innovazione, mutuata direttamente dalle competizioni e attualmente adottata sul top di gamma Ducati, è data dall’attacco radiale delle pinze.
Fondamentalmente, la struttura della pinza rimane la medesima, ma il fissaggio non avviene più a sbalzo nella direzione dell’asse della ruota, ma con due attacchi diretti radialmente: ciò evidentemente garantisce maggiore rigidità all’insieme, principalmente in termini di flessione del corpo pinza sul piano del disco stesso.
Inoltre, con l’attacco tradizionale, giacché la forza frenante giace su un piano diverso rispetto al fissaggio della pinza, si genera un momento torcente foriero di inevitabili deformazioni del corpo pinza, tali da inficiare la resa dell’intero sistema (presupposto fondamentale perché si realizzi la frenatura è il perfetto e planare contatto tra le superfici d’attrito).
Vantaggio molto poco utile nell’uso stradale, il fissaggio radiale permette poi di variare facilmente il diametro e la tipologia dei dischi adoperati, con l’interposizione di semplici spessori calibrati tra la pinza e l’attacco.
Abbiamo volutamente trascurato le marginali variazioni introdotte a livello di dischi negli ultimi anni, giacché si è trattato solo di modifiche nella foggia della flangiatura, della lavorazione della pista frenante e dello spessore di quest’ultima, senza benefici di rilievo sul funzionamento degli impianti.

 

 


 

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