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ATTENTI A QUEI DUE
Quattro chiacchiere con i capomeccanici di Bayliss e Capirossi
di Andrea Tessieri

 

Rimini d’inverno, in una giornata grigia, è un po’ come un pandoro senza lo zucchero a velo. Sorrido dentro di me – e mi schernisco - per questa metafora altamente poetica degna di un Neruda in pieno calo di zuccheri e mi incammino verso il luogo dell’appuntamento.
Via Bagli, numero venticinque: è questo l’indirizzo dell’officina dove mi aspettano due tecnici veramente particolari. Individuarla, anche da lontano, non è difficile: sulla porta, c’è uno dei due titolari che parla con un cliente.
E’ vicino a una moto (naturalmente Ducati). Non credo che mi abbia mai visto, ma mentre mi approssimo mi accoglie con un sorriso cordiale. Ci presentiamo, per educazione, ma questo sembra stranamente superfluo. Massimo Bracconi è il Capo Meccanico della squadra di Loris Capirossi nel Ducati Marlboro Team. Mi fa cenno di entrare, che lui arriva subito. Bruno Leoni mi aspetta all’interno: è il Capo Meccanico della squadra di Troy Bayliss. Eccoli qua! “Bracco” e “Leo”, non soddisfatti di vivere gomito a gomito per tutta la stagione di corse, hanno deciso di metter su questa ditta assieme.
Le foto appese alle pareti dell’officina raccontano la loro storia: una storia che si intreccia e si salda alla storia moderna della Ducati sui circuiti di tutto il mondo. Ci sono i caschi di tutti i piloti ai quali hanno cercato di fornire mezzi sempre più a punto e ci sono coppe, moto di clienti da preparare, cimeli di ogni tipo, per ognuno dei quali Bracco e Leo hanno una storia da raccontare. Si capisce subito che tanta gente viene da loro anche solo per chiacchierare e che questo è un centro nodale di passione.
Accetto di buon grado un bel caffè: “La macchina per il caffè è la prima cosa che montiamo quando arriviamo sui circuiti! - mi informa Leo. Il ghiaccio è rotto a tempo di record e inizio con il farmi raccontare il loro week end di gara - Noi arriviamo il martedì, poi il giorno successivo, di buon ora, si inizia con il montare il cinema, – è così che Leoni chiama la coreografia del box – nel pomeriggio iniziamo a lavorare sulle moto che ritroviamo così come le abbiamo imballate alla fine della gara precedente. Il venerdì, con l’inizio delle prove, si inizia a fare sul serio…”
Molto spesso arrivano da Bologna dei pezzi nuovi: “Noi abbiamo sempre piacere di provare nuovi particolari, i limiti però sono sempre imposti dal tempo. Molto spesso i nuovi componenti non hanno neanche avuto il tempo di essere provati sui manichini e sui circuiti dobbiamo anche lavorare per adattarli - interviene Bracconi - A volte siamo noi che sconsigliamo l’impiego di un nuovo componente perché montarlo porterebbe via troppo tempo. Devi sapere che il Reparto Corse a casa non può riprodurre i ritmi che abbiamo noi fra prove e gara (durante le prove la moto starà ferma si e no dieci minuti in tutto). In ogni caso, la decisione ultima spetta agli ingegneri.”
E’ un lavoro duro, a volte concitato, ma, nonostante questo… “…la gente ci invidia, perché crede che sia un bel girare, sempre attorniati da belle figliole, ma più che altro non si vedono che i circuiti di tutto il mondo: solo alla sera, finito il lavoro, ci concediamo di fare un po’ di baccano in albergo e le belle figliole per noi sono un’immagine fugace. Comunque dopo una gara crolli, perché lo stress è tanto.”
Ma come vi siete ambientati, dopo anni di Superbike, nel mondo dei Gran Premi? E’ Leo che risponde per primo: “Ci siamo ambientati bene perché noi siamo una squadra affiatata; ormai sono quattro o cinque anni che siamo insieme - Bracconi era il Capo Meccanico di Ruben Xaus e Leoni di Troy – Ci veniva detto che attorno al campionato MotoGP avremmo trovato molta più gente con la puzza sotto al naso, ma abbiamo verificato che non è così. C’è molta più professionalità, ci sono sponsor più grossi, ma noi siamo rimasti i soliti casinari che eravamo! Qualcuno però si è lamentato del baccano che facciamo dentro al box… Sì, perché parliamo ad alta voce, abbiamo sempre la radio accesa: sotto questo aspetto siamo rimasti un po’ selvatici!”
Il box Ducati è uno dei più frequentati, tutti si fermano volentieri a fare due chiacchiere, a prendersi un caffè… “Io non ho sentito il passaggio alla MotoGP più di tanto, – interviene Massimo Bracconi – perché facciamo questo lavoro con passione e abbiamo un pilota che è una brava persona, che non solo parla la nostra lingua, ma anche il nostro dialetto: capita spesso che gli diamo la moto e gli diciamo: va, e non farti tante pugnette! Caso mai si è sentita di più l’esigenza di rispondere a certi canoni d’immagine, imposti dall’avere sponsor più importanti; la camicia nei pantaloni, i calzini con i marchi messi bene… io dovrei dare il buon esempio e talvolta vengo ripreso, seppure in maniera blanda, dato che sanno bene con che ritmi lavoriamo”.
La Ducati ha portato nella MotoGP anche un che di signorilità, sdrammatizzando un ambiente dove succede anche che sulla linea di partenza un tecnico di un Team rivale si contorceva per vedere la gomma montata da Capirossi: “Fui io – racconta Bracconi – che mi spostai e gli dissi: vieni, avvicinati pure per leggere la sigla!”
Anche con gli ingegneri il rapporto è buono ed è ancora il Bracco a raccontarci un aneddoto: “L’ingegner Cecchinelli era lì tutto preso al suo computer e noi a lavorare sulle moto: molla quella roba e vieni a smontare questa frizione! … e lui che molla tutto davvero e viene a darci una mano, anche perché gli piace.”
Bracco e Leo stanno assieme più di quanto non facciano con le loro mogli. Ma è possibile che tra le due squadre non esista alcuna rivalità? “La rivalità esiste, – ammette Leo – si ha sempre piacere di veder arrivare davanti il proprio pilota ma, finita la gara, le squadre si aiutano a vicenda. In caso di risultato, i premi disposti da Ducati Corse vengono divisi tra tutti i membri del Team, non quindi esclusivamente tra quelli della squadra del pilota che ha fatto il risultato e così, molto spesso, a fine gara ci diciamo scherzosamente: grazie Leo! Oppure, grazie Bracco!”
Quest’anno, i risultati ci sono stati. Ma qual è stata l’emozione della prima vittoria? “Te lo deve dire Massimo: è lui che ha vinto! – dice ridendo Leoni, mentre Bracconi taglia subito corto - Non ho vinto io: ha vinto il pilota!”
Com’è questo pilota, Loris Capirossi, diventato Ducatista da quest’anno? “Era abituato alla Honda, tutta perfetta, se vogliamo, ma quella ti danno e quella è per tutta la stagione, - continua Massimo – da metà stagione in poi ha imparato a conoscerci, si è reso conto di che cosa voglia dire avere una Casa alle spalle che lavora per lui; ci prende in giro, dice che la Ducati l’è un mutorass! (un motoraccio) Era abituato alle giapponesi, che non fanno una goccia d’olio, e invece la Ducati qualche goccia d’olio la fa. Scende dalla moto si guarda gli stivali e si informa preoccupato: e l’ulie? (l’olio?)”.
Leoni ci racconta invece Troy Bayliss: “Ha vissuto una stagione alla ricerca della vittoria, ha affermato di essersi dimenticato di cosa si prova a vincere ed è per questo che molte volte è andato nel pallone, facendoci stravolgere l’assetto della moto. Tu devi fargli vedere che lavori sulla sua moto! Per lui conterà molto l’esperienza fatta quest’anno.”
Ma come vivono la gara Leo e Bracco? Abbiamo scoperto che i caratteri sono complementari: “Lui è tranquillo, – Bracco indica Leo – se ne sta al muretto a prendere i tempi, io non ce la faccio proprio: entro ed esco dal box come un leone in gabbia. E poi non sopporto l’attesa della partenza: in quei minuti, mentalmente, passi in rassegna tutto quello che hai fatto…”
Proprio come fa adesso: girottola per l’officina, fuma, non sta fermo un attimo, mentre Bruno è un istrione, nel suo dialetto romagnolo ci racconta episodi come un fiume in piena. Ma è di nuovo il Bracco che interviene, tornando sull’argomento del clima che si vive nel box: “Ci facciamo spesso degli scherzi, come quella volta che abbiamo nascosto un tubicino dietro al computer del telemetrista. Io, dall’altro capo, di nascosto, soffiavo delle gran boccate di fumo: il tecnico, quando a visto arrivare tutto quel fumo da dietro il computer, preso dal panico, ha spento tutto e noi, giù a rider come matti! Oppure come quando il nostro meccanico americano mi incolla il pacchetto delle sigarette nei posti più strani! Io mi vendico così: durante le prove, quando la moto è fuori a girare, ci togliamo i guanti e li mettiamo nella tasca dietro dei calzoni, con le dita che penzolano; mi avvicino di soppiatto e con un colpo di forbici le taglio via! Immaginati quando la moto rientra e quello deve toccarla, rovente com’è, e si è infilato in fretta e furia i guanti senza le dita!”
Sono gli aspetti goliardici di un lavoro fatto con passione. Ma perché, prima, mi hanno detto che l’officina è il loro fondo pensione? Io mi ero fatto l’idea che nel loro ruolo si guadagnasse bene: “Noi prendiamo un bello stipendio, molto più alto di quello di un operaio – ci informa Leoni – ma siamo lì perché è una bella storia, della quale vale la pena far parte. E poi tutto questo, se esiste – e indica l’officina – esiste per merito di Ducati.”
Interviene Massimo: “Verrà il momento in cui diremo basta, e ci rintaneremo nell’officina, ma adesso non vediamo l’ora che il campionato riparta!”
Continuiamo a chiacchierare, a ridere. Loro non si prendono troppo sul serio e hanno imparato presto che anch’io sono un giornalista di quelli da ridere. Andiamo a mangiare il pesce sul lungomare di Rimini e tra una portata e l’altra, con Leo che mi riempie il bicchiere di vino “…ché tanto il treno non lo guidi mica tu!”, arriva il proprietario del ristorante, vecchio compagno di scuola del Bracco, che mi guarda e riferito a loro mi dice: “Questi due! Girano il mondo sempre in mezzo alle fighe!”. Bruno Leoni alza lo sguardo dal piatto e lo rivolge a me, sconsolato: come volevasi dimostrare. Cin cin.
Sorrido, succhio una vongola e butto giù un altro bicchiere di quel bianco, bello fresco.

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