MISTERO DUCATI
Vorrei parlare di un bicilindrico da battaglia, come
lo definirebbe il mio amico Alan Cathcart, e più precisamente di un
motore Ducati 950 a coppie coniche che equipaggiava la Eagle 2 950,
costruita dall’Ingegner Bruno De Prato nel 1979-1980. Prima di tutto,
però, vi vorrei raccontare la storia relativa alla nascita del motore
che equipaggiava questa moto così particolare.
Si sarebbe potuto abbassare di 1 mm il bordo dei pistoni e, di conseguenza, quello dei cilindri, raggiungendo una compressione un po’ più alta, ma in quel momento non ci fu tempo. I cilindri erano in Nicasil.
La trasmissione primaria era ancora tradizionale, mentre per la lubrificazione era stato montato un radiatore dell’olio che aveva richiesto una piccola modifica sotto il filtro, in modo da portare l’olio che va alle teste attraverso dei condotti esterni, anziché farlo passare internamente al motore. Le bielle erano state alleggerite, così come l’albero motore.
Come si può vedere dalle immagini, la moto aveva un forcellone a parallelogramma e per unire i due tubi, superiore e inferiore, nella parte posteriore erano state costruite delle piastre in ergal ricavato dal pieno con un foro centrale per il perno ruota e il relativo registro. Il serbatoio del carburante era fissato sotto il motore e costituiva parte integrante della carenatura. La benzina veniva mandata ai carburatori da una pompa elettrica. Il telaio era costituito da un tubo centrale di grande sezione, caratteristico dei telai Egli, e il motore risultava pertanto appeso ad esso. Per quanto riguarda il cannotto di sterzo, non ho mai potuto misurarne l’inclinazione, ma credo che non superasse i 24°. Su questo, infatti, l’Ingegner De Prato era molto rigoroso…
Il serbatoio supplementare posto sopra al tubo centrale del telaio serviva come piccolo deposito di benzina per alimentare i carburatori.
Con questa moto, appena finito il restauro, volevo effettuare delle prove in pista, così decisi di iscrivermi a Vallelunga per una gara, nel 1991. Durante il primo turno di prove, però, notai che, nelle pieghe più accentuate, il serbatoio ausiliario della benzina raggiungeva una posizione più bassa dei carburatori, pertanto quest’ultimi non potevano essere alimentati correttamente per caduta. Per risolvere l’inconveniente deviai il circuito, in modo che la pompa elettrica alimentasse direttamente i carburatori.
Inoltre, ero piuttosto scettico nei confronti delle camme montate, caratterizzate da alzate davvero considerevoli e che mettevano dunque in serio pericolo l’integrità dei bilancieri. Per questo, in gara tenni sempre la mano sinistra sulla frizione, oltre a non superare mai i 7000 giri. Solo gli ultimi due passaggi prima della bandiera a scacchi, vedendo che andava tutto bene, aumentai prima fino a 8000 e poi fino a 9000 giri.
Così facendo, sul corto di Vallelunga, alla staccata della curva Viterbo, mi accorsi di risparmiare un cambio marcia, arrivandoci in quarta anziché in quinta.
Constatai poi a Zeltweg, in Austria, che questo motore aveva un arco di utilizzo di ben 5000 giri, vale a dire dai 4500 ai 9500 giri, senza che emergessero particolari problemi di affidabilità. Ricordo che a Vallelunga, durante l’ultimo giro, venni doppiato dal primo, che aveva una Ducati 900 due valvole (della serie Pantah, tanto per capirsi…) dotata di monoammortizzatore e forcella Öhlins racing. Quando ci ritrovammo affiancati sul rettilineo, però, io aprii tutto il gas senza che lui riuscisse a superarmi.
A fine gara, quel pilota venne nel mio box a chiedermi che motore avesse la mia moto. Io tolsi la carenatura e, quando questo vide che sotto c’era un motore Ducati a coppie coniche, rimase sbalordito per il fatto che fossi riuscito a non farmi superare in rettilineo.
Quello stesso anno, decisi di partecipare alla Ducati Speed Week, che all’epoca si svolgeva appunto sull’A1-ring di Zeltweg.
Le cose andarono un po’ meglio, nel senso che, potendo tirare il motore al massimo, presi più fiducia anche nel mezzo, col risultato che sul rettilineo di fronte ai box e nell’altro tratto veloce del circuito riuscii a stare davanti agli 851.
Tuttavia, in staccata e a centro curva, non potevo competere con loro, in quanto la moto era caratterizzata da una ciclistica ormai obsoleta: doppi ammortizzatori al retrotreno e forcella M1R all’anteriore. Ricordo, infatti, che l’assetto era decisamente “ballerino”, con entrambe le ruote che saltellavano moltissimo.
Sicuramente c’era ancora bisogno di un discreto lavoro di messa a punto. Comunque, quando mi fermai, alcuni spettatori curiosi e altri concorrenti vennero intorno alla moto e, anche questa volta, quando tolsi la scocca in alluminio per controllare che tutto fosse in ordine, rimasero meravigliati nel vedere che a spingere quel prototipo ci fosse un “vetusto” motore Ducati a coppie coniche…
Nella stessa occasione, ricevetti anche un’offerta da parte di un appassionato interessato all’acquisto, ma in quel momento ero troppo innamorato di quella moto…
Questa bellissima racer motorizzata Ducati cessò di gareggiare nel 1980 solo perché i regolamenti, nel frattempo, erano cambiati. La moto, comunque, era molto maneggevole e dava la sensazione di essere molto corta (anche se non ricordo il valore dell’interasse). Per questo credo che avesse un angolo di caster così ridotto…
Io la trovai tutta smontata in via Bruschetta a Bologna, presso la Giocamoto. Dopo alcuni giorni di trattative con l’Ingegner De Prato, la comprai, anche se poi, come capita spesso, mi innamorai di un altro modello e la rivendetti, dopo circa 8-9 anni, a un amico collezionista, che però ha acquistato solo la ciclistica, senza dunque il motore di cui abbiamo parlato fino ad ora (che è rimasto in mio possesso).
Al fine di comprendere meglio la storia di questa particolarissima moto, voglio citare un ultimo episodio: verso l’inizio degli anni Novanta, Rino Caracchi mi diede due alberi a camme desmo con un’alzata di 12,5 mm che ancora conservo.
Chissà, forse erano proprio quelli che dovevano equipaggiare il motore di cui stiamo parlando…
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