
Quando, circa tre anni or sono, i più scettici (e per
la verità anche un po' invidiosi), videro che il vincitore del concorso
Ducati dal titolo "Design your Dream" era in realtà un modellino in
scala, alcuni di loro commentarono: "Bella forza, così riusciva anche a
me! Un conto è sporcarsi le mani col grasso al freddo di un garage, un
altro è lavorare comodi alla scrivania della propria camera…".
Ora, al di là del fatto che l'iniziativa rappresentasse, come dice
appunto il nome, una gara di design applicata al mondo motociclistico e
non necessariamente un contest per la più bella special realizzata, si
vede che queste "malelingue" devono essere arrivate fino all'orecchio di
Jens von Brauch, titolare del marchio JvB Moto (www.jvb-moto.com),
nonché autore del progetto in questione, il quale, come capirete, non è
certo il tipo da prendere le cose alla leggera.
Se Jens aveva preferito lavorare di lima e colla piuttosto che tornio e
martello era, infatti, semplicemente perché all'epoca non aveva avuto il
tempo materiale per realizzare una moto intera, ripiegando su un modello
in scala.
Tuttavia, una volta finito quest'ultimo e vinto il suddetto premio, non
ha perso tempo e si è subito adoperato per tradurre nella realtà ciò che
fino a quel momento era stato soltanto un esercizio stilistico
inanimato.
Gli ci sono voluti quasi due anni, ma alla fine Jens ce l'ha fatta. Che
von Brauch abbia fatto sul serio lo si capisce dalla straordinaria
somiglianza che c'è tra il prototipo vero e il piccolo esemplare in
plastica.
A tal proposito, c'è infatti da sottolineare come il secondo fosse tutt'altro
che un semplice mix di pezzi provenienti da diverse scatole di montaggio
(a differenza di quanto avviene solitamente), ma piuttosto un manufatto
artigianale già ricco di particolari e soluzioni inedite.
Ecco in pratica che, all'aumentare delle dimensioni, le forme sono
rimaste pressoché inalterate, e lo stesso vale per i colori. La cura per
i dettagli era stata così elevata fin dall'inizio, che è bastato
"seguire" le specifiche del modello in scala per ottenere un prodotto di
ottimo gusto e dalle finiture eccellenti.

Tra queste, le più evidenti riguardano l'occultamento
di tutti i vari cavi e tubi altrimenti visibili (sulla falsa riga di
quanto fatto da Pierre Terblanche con il prototipo della MHe 900) e
l'alloggiamento di batteria, impianto elettrico e radiatore dell'olio di
fronte al motore, in uno speciale componente d'alluminio, in modo da
lasciare spazio al serbatoio del carburante e alla nuova scatola filtro.
E' chiaro che, se nel primo caso è stato sufficiente studiare una serie
di passaggi strategici in modo da garantire la massima pulizia estetica
dell'insieme (cosa che sul modellino era peraltro scontata), nel secondo
c'è voluto uno studio ben più approfondito, sia in fase di progetto che
in quella di realizzazione.
Ancora una volta, infatti, stupisce il fatto che la struttura in
alluminio di cui parlavamo sia stata replicata esattamente come era
stata prevista all'inizio in scala ridotta. Segno che il modellino non è
stato concepito come semplice oggetto col compito di generare consensi
in termini di puro design, ma ha rappresentato l'analisi preliminare
delle problematiche che sarebbero sorte dando vita alla moto vera.
Nella fattispecie, molte scelte tecniche, oltre a contribuire
all'originalità delle linee, fanno sì che le masse si trovino il più in
basso possibile (vedi, di nuovo, la batteria, il radiatore, l'impianto
elettrico ecc.), in modo da ottimizzare l'altezza del baricentro e, di
conseguenza, rendere la moto estremamente maneggevole.
Da notare, poi, che la soluzione relativa al circuito di raffreddamento
dell'olio, oltre che originale e bella da vedere, è anche estremamente
ingegnosa per quanto riguarda il suo principio di funzionamento.
L'elemento radiante è infatti disposto, per altezza, in modo
longitudinale (quindi parallelo al senso di marcia, con il lato più
lungo in posizione verticale). L'aria circola attraverso di esso grazie
alla particolare forma della struttura che lo contiene che, in pratica,
funge da convogliatore naturale.

In alluminio sono anche il parafango anteriore (o ciò
che assolve il semplice compito di piastra antisvirgolo per la forcella)
e il tappo del serbatoio, integrato in una presa d'aria che porta
direttamente all'air-box sottostante.
Il parafango posteriore è invece in fibra di carbonio e trae sostegno da
due staffe ancorate direttamente al forcellone, in modo da assicurare
anche la dovuta stabilità al gruppo ottico posteriore di forma ovale,
composto da tanti led luminosi protetti da una lente di plexiglas
trasparente.
Questa è l'unica soluzione a non essere stata prevista in origine dal
modello in scala e, a onor del vero, toglie un po' di quella pulizia
estetica che Jens si era prefisso come obiettivo principale da
raggiungere. Tuttavia, la volontà di realizzare un prodotto in grado di
circolare su strada lo ha costretto a questa piccola rinuncia (di certo
la possibilità di commercializzare il risultato di tanti sforzi va ben
oltre un piccolo compromesso estetico…).
A tal proposito, va anche sottolineato come l'impianto di scarico (in
titanio) sia provvisto di catalizzatore, con i terminali che "sparano"
paralleli ad altezza ruota. Niente è cambiato, invece, per quanto
riguarda il gruppo ottico anteriore, perfettamente incassato nel
rettangolo descritto dall'intersezione tra i foderi della forcella e le
piastre di sterzo.
Con la Flat Red, questo il nome della moto in riferimento al colore del
serbatoio e a un'altra realizzazione precedente di Jens (la Hot Rod),
von Brauch ha cercato di trovare un compromesso tra lo stile classico e
pulito di una café racer e le prestazioni di una sportiva veloce e
leggera. Voleva insomma dar vita a qualcosa di diverso, un nuovo
concetto di moto, ottenuto tuttavia sulla base del classico mix tra il
telaio a traliccio di tubi e il bicilindrico a due valvole Ducati.
Ne deriva un mezzo dal design minimalista, che non si vergogna di
mettere in mostra la propria meccanica, anzi, tutt'al più la ostenta con
orgoglio, in modo da farsi notare (e apprezzare) anche da chi di solito
non subisce il fascino delle due ruote. La posizione di guida molto
bassa suggerisce una guida easy, ma non per questo poco divertente.
La creatura di Jens non è certo stata studiata per l'uso in pista, ma
intesa come cruiser sportiva, tipo Harley Davidson V-Rod, tanto per
capirsi, e siamo certi che non le manchi il carattere necessario per
regalare grandi emozioni, da gustare tuttavia in solitaria, visto
l'allestimento monoposto.
Insomma, adesso, come recita lo slogan sul sito della JvB, la Flat Red è
finalmente pronta per essere guidata!
CLICCA
QUI PER ABBONARTI A MONDO DUCATI
CLICCA
QUI PER TORNARE ALL'INDICE DI QUESTO NUMERO