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Da un modellino a una moto da sogno

Di Lorenzo Miniati
 

Quando, circa tre anni or sono, i più scettici (e per la verità anche un po' invidiosi), videro che il vincitore del concorso Ducati dal titolo "Design your Dream" era in realtà un modellino in scala, alcuni di loro commentarono: "Bella forza, così riusciva anche a me! Un conto è sporcarsi le mani col grasso al freddo di un garage, un altro è lavorare comodi alla scrivania della propria camera…".
Ora, al di là del fatto che l'iniziativa rappresentasse, come dice appunto il nome, una gara di design applicata al mondo motociclistico e non necessariamente un contest per la più bella special realizzata, si vede che queste "malelingue" devono essere arrivate fino all'orecchio di Jens von Brauch, titolare del marchio JvB Moto (www.jvb-moto.com), nonché autore del progetto in questione, il quale, come capirete, non è certo il tipo da prendere le cose alla leggera.
Se Jens aveva preferito lavorare di lima e colla piuttosto che tornio e martello era, infatti, semplicemente perché all'epoca non aveva avuto il tempo materiale per realizzare una moto intera, ripiegando su un modello in scala.
Tuttavia, una volta finito quest'ultimo e vinto il suddetto premio, non ha perso tempo e si è subito adoperato per tradurre nella realtà ciò che fino a quel momento era stato soltanto un esercizio stilistico inanimato.
Gli ci sono voluti quasi due anni, ma alla fine Jens ce l'ha fatta. Che von Brauch abbia fatto sul serio lo si capisce dalla straordinaria somiglianza che c'è tra il prototipo vero e il piccolo esemplare in plastica.
A tal proposito, c'è infatti da sottolineare come il secondo fosse tutt'altro che un semplice mix di pezzi provenienti da diverse scatole di montaggio (a differenza di quanto avviene solitamente), ma piuttosto un manufatto artigianale già ricco di particolari e soluzioni inedite.
Ecco in pratica che, all'aumentare delle dimensioni, le forme sono rimaste pressoché inalterate, e lo stesso vale per i colori. La cura per i dettagli era stata così elevata fin dall'inizio, che è bastato "seguire" le specifiche del modello in scala per ottenere un prodotto di ottimo gusto e dalle finiture eccellenti.

 

Tra queste, le più evidenti riguardano l'occultamento di tutti i vari cavi e tubi altrimenti visibili (sulla falsa riga di quanto fatto da Pierre Terblanche con il prototipo della MHe 900) e l'alloggiamento di batteria, impianto elettrico e radiatore dell'olio di fronte al motore, in uno speciale componente d'alluminio, in modo da lasciare spazio al serbatoio del carburante e alla nuova scatola filtro.
E' chiaro che, se nel primo caso è stato sufficiente studiare una serie di passaggi strategici in modo da garantire la massima pulizia estetica dell'insieme (cosa che sul modellino era peraltro scontata), nel secondo c'è voluto uno studio ben più approfondito, sia in fase di progetto che in quella di realizzazione.
Ancora una volta, infatti, stupisce il fatto che la struttura in alluminio di cui parlavamo sia stata replicata esattamente come era stata prevista all'inizio in scala ridotta. Segno che il modellino non è stato concepito come semplice oggetto col compito di generare consensi in termini di puro design, ma ha rappresentato l'analisi preliminare delle problematiche che sarebbero sorte dando vita alla moto vera.
Nella fattispecie, molte scelte tecniche, oltre a contribuire all'originalità delle linee, fanno sì che le masse si trovino il più in basso possibile (vedi, di nuovo, la batteria, il radiatore, l'impianto elettrico ecc.), in modo da ottimizzare l'altezza del baricentro e, di conseguenza, rendere la moto estremamente maneggevole.
Da notare, poi, che la soluzione relativa al circuito di raffreddamento dell'olio, oltre che originale e bella da vedere, è anche estremamente ingegnosa per quanto riguarda il suo principio di funzionamento. L'elemento radiante è infatti disposto, per altezza, in modo longitudinale (quindi parallelo al senso di marcia, con il lato più lungo in posizione verticale). L'aria circola attraverso di esso grazie alla particolare forma della struttura che lo contiene che, in pratica, funge da convogliatore naturale.
 


 

In alluminio sono anche il parafango anteriore (o ciò che assolve il semplice compito di piastra antisvirgolo per la forcella) e il tappo del serbatoio, integrato in una presa d'aria che porta direttamente all'air-box sottostante.
Il parafango posteriore è invece in fibra di carbonio e trae sostegno da due staffe ancorate direttamente al forcellone, in modo da assicurare anche la dovuta stabilità al gruppo ottico posteriore di forma ovale, composto da tanti led luminosi protetti da una lente di plexiglas trasparente.
Questa è l'unica soluzione a non essere stata prevista in origine dal modello in scala e, a onor del vero, toglie un po' di quella pulizia estetica che Jens si era prefisso come obiettivo principale da raggiungere. Tuttavia, la volontà di realizzare un prodotto in grado di circolare su strada lo ha costretto a questa piccola rinuncia (di certo la possibilità di commercializzare il risultato di tanti sforzi va ben oltre un piccolo compromesso estetico…).
A tal proposito, va anche sottolineato come l'impianto di scarico (in titanio) sia provvisto di catalizzatore, con i terminali che "sparano" paralleli ad altezza ruota. Niente è cambiato, invece, per quanto riguarda il gruppo ottico anteriore, perfettamente incassato nel rettangolo descritto dall'intersezione tra i foderi della forcella e le piastre di sterzo.
Con la Flat Red, questo il nome della moto in riferimento al colore del serbatoio e a un'altra realizzazione precedente di Jens (la Hot Rod), von Brauch ha cercato di trovare un compromesso tra lo stile classico e pulito di una café racer e le prestazioni di una sportiva veloce e leggera. Voleva insomma dar vita a qualcosa di diverso, un nuovo concetto di moto, ottenuto tuttavia sulla base del classico mix tra il telaio a traliccio di tubi e il bicilindrico a due valvole Ducati.
Ne deriva un mezzo dal design minimalista, che non si vergogna di mettere in mostra la propria meccanica, anzi, tutt'al più la ostenta con orgoglio, in modo da farsi notare (e apprezzare) anche da chi di solito non subisce il fascino delle due ruote. La posizione di guida molto bassa suggerisce una guida easy, ma non per questo poco divertente.
La creatura di Jens non è certo stata studiata per l'uso in pista, ma intesa come cruiser sportiva, tipo Harley Davidson V-Rod, tanto per capirsi, e siamo certi che non le manchi il carattere necessario per regalare grandi emozioni, da gustare tuttavia in solitaria, visto l'allestimento monoposto.
Insomma, adesso, come recita lo slogan sul sito della JvB, la Flat Red è finalmente pronta per essere guidata!

 

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