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CAMERA HERON SU MOTO GUZZI
Di Stefano Ferrigno

La Moto Guzzi, insieme alla Moto Morini, si è messa in luce nel panorama mondiale per uno dei rari esempi di applicazione della camera di tipo Heron su motori motociclistici.
Come molti già sapranno, la camera in parola è quella di combustione, vale a dire quel piccolo volume che rimane a disposizione dei gas nel cilindro al momento della loro accensione. La forma di tale volume può essere disegnata in maniere molto diverse, ma sempre allo scopo di ottimizzare la combustione e ottenere il massimo rendimento. Solitamente, il pistone ha il cielo pressoché piatto e sale al PMS (Punto Morto Superiore) coprendo tutto il volume del cilindro. La camera è ricavata nella testa e, sui motori a quattro tempi, le sue forme sono tormentate dalla inevitabile presenza delle valvole e della candela di accensione.
Fu Sam Heron il primo a proporre una camera ricavata interamente nel cielo del pistone. Come immediata conseguenza, il piano della testa risultava completamente piatto e le valvole perfettamente verticali, cioè orientate secondo l’asse del cilindro. L’artefice del progetto Guzzi fu l’indimenticato Lino Tonti che, come avvenne per Lambertini in Casa Morini, fu guidato nelle sue scelte in massima parte da alcune imposizioni calate “dall’alto”.
Il progetto, infatti, riguardava quella che sarebbe successivamente stata denominata la “serie piccola” di Moto Guzzi, vale a dire i bicilindrici trasversali di cilindrata compresa tra i 350 e i 750 cc.
Obiettivo primario erano qui la minimizzazione dei costi di industrializzazione e produzione, compatibilmente con una buona resa del prodotto, che doveva allargare verso il basso l’utenza delle moto di Mandello.
Da questo punto di vista, non si può certo dire che i “piccoli” Guzzi fossero in grado di eguagliare i motori della concorrenza sul fronte prestazionale: il tempo però ha reso loro giustizia, dal momento che tutt’oggi, pur attraverso numerosi aggiornamenti, sono ancora in produzione, mentre innumerevoli sono le motociclette di quella serie attualmente in circolazione.
Fu dunque la politica De Tomaso, croce e delizia della Guzzi in quegli anni, a portare alla scelta della camera Heron, assieme ad altre numerose modifiche di dettaglio rispetto ai bicilindrici della serie grossa.
La presenza di un piano testa completamente piatto con valvole parallele, a quei tempi significava bassi costi d'investimento per le macchine operatrici e basso costo di produzione, grazie all’enorme semplificazione geometrica dei componenti.
Le operazioni delle macchine utensili erano notevolmente velocizzate e non richiedevano particolari requisiti operativi: non dimentichiamoci, infatti, che al tempo la tecnologia meccanica non godeva di grande flessibilità e pertanto i macchinari venivano realizzati ad hoc per ciascun progetto. Oggi come oggi, con le moderne tecniche a controllo numerico, è chiaro come considerazioni di questo tipo abbiano progressivamente perso valore. Per contro, una simile architettura imponeva tutta una serie di limitazioni sullo sviluppo prestazionale del propulsore, sia a livello meccanico che fluidodinamico.
Anzitutto, la respirazione del motore era fortemente compromessa, dato che la planarità del piano della testa riduce di fatto la superficie disponibile per la dislocazione delle valvole e delle candele. A parità di alesaggio, è evidente come una tradizionale forma a cupola garantisca maggior spazio per tali organi, mentre la presenza di una camera Heron riduce la superficie disponibile a quella di un cerchio del diametro del cilindro.
Risulta quindi limitata in partenza la possibilità di disporre di valvole di grande diametro e, parallelamente, quella di adottare proficuamente uno schema plurivalvole. Inoltre, dal momento che i condotti di ammissione e scarico si trovano ad avere un’estremità diretta secondo l’asse del cilindro e l’altra praticamente ad esso ortogonale, il loro andamento è giocoforza condizionato dalla presenza di una stretta curva a 90°, con tutte le immaginabili conseguenze negative sul flusso dei gas, freschi ed esausti. I primi motori furono sviluppati nelle cilindrate classiche per qui tempi di 0,35 e 0,5 litri.


   

Successivamente, si ebbero gli incrementi che portarono alla V65 e alla V75. La V35 (346 cc) aveva misure caratteristiche di 66 x 50,6 mm, vale a dire una superficie utile sulla testa di circa 34 cmq. Nella prima versione, le valvole di aspirazione e scarico avevano diametro di 30,6 e 27,6 mm.
La V50 (490 cc) misurava invece 75 x 57 mm, con una superficie utile sulla testa di circa 44 cmq. Le valvole, in questo caso, avevano un diametro di 32,6 e 27,6 mm (un incremento del 6% circa). Dal momento che la posizione delle valvole era disassata dalla mezzeria del cilindro è evidente come la camera Heron condizionasse pesantemente la dimensione delle valvole. Tale posizione era subordinata alla necessità di alloggiare la candela il più vicino possibile al centro della testa, favorendo così l'innesco della combustione.
In pratica, occorreva scegliere il giusto compromesso tra maggiore dimensione delle valvole e centraggio della candela.
Ma perché sono tanto importanti la posizione della candela e la conformazione della camera di combustione?
Al termine della compressione, nel volume residuo del cilindro non si ha altro che una reazione chimica, dove una miscela di aria e benzina viene “accesa” da un piccolo arco elettrico, fatto scoccare fra gli elettrodi della candela, che quindi costituisce l’inizio della combustione. La differenza con ciò che avviene in aria libera, e che siamo abituati a constatare quotidianamente, è che la combustione non si realizza in maniera percepibile e progressiva, ma in maniera pressoché istantanea.
In particolare, se la vaporizzazione è molto fine e si impone alla miscela un forte rimescolamento, la propagazione del fronte di fiamma, dal punto di innesco verso la periferia, avviene a velocità superiori di oltre un ordine di grandezza rispetto a quanto si verifica a pressione atmosferica.
La perizia dei progettisti è appunto nell’ottimizzare tale processo, affinché il combustibile venga bruciato integralmente e nel minor tempo possibile, in particolar modo prima dell’apertura della valvola di scarico.
Per sopperire a una conformazione della camera non ottimale, come nel nostro caso, si deve intervenire sulla velocità e sulla turbolenza del flusso della miscela all’interno della camera nella fase di accensione. Infatti, la velocità di propagazione del fronte di fiamma è direttamente proporzionale alle velocità di turbolenza della miscela.
Da questo punto di vista, almeno, la camera Heron ha un innegabile vantaggio: non è scorretto definirla una camera “mobile”, dal momento che segue le vicende del pistone e per sua stessa costituzione imprime un movimento ascensionale alla carica.
Lo “swirl” (movimento spiraliforme circolare dall’alto verso il basso) e lo “squish” (moto radiale diretto dalla periferia del cilindro verso il centro) vengono dunque facilitati, previa opportuna configurazione della cava nel pistone.
La camera Heron permise a Tonti di adottare un rapporto di compressione piuttosto elevato rispetto agli standard contemporanei, senza incorrere nelle classiche condizioni critiche della detonazione. Tuttavia, una simile scelta progettuale tarpava le ali all’eventuale sviluppo del propulsore, anche per le scarse possibilità di elaborazione e per l’elevato peso dei pistoni: vale a dire maggiore inerzia delle masse in moto alterno e vibrazioni cospicue.
Inoltre, dato che la superficie dello stantuffo esposta al fronte di fiamma era maggiore rispetto a una camera tradizionale, la temperatura d’esercizio del cielo del pistone risultava assai elevata, da cui la necessità di maggiori tolleranze a freddo, dunque minor rendimento e maggiore rumorosità.
Non per nulla, al momento dello sviluppo delle versioni plurivalvole dei motori “piccoli”, la geometria della camera di scoppio fu totalmente rivista.
Ma questa è un’altra storia...



 


 

 

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