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MV Agusta by Magni
Di Gianpaolo Riva

Non si può parlare della MV Agusta senza citare Arturo Magni (www.magni.it) e suo figlio Giovanni, che a Samarate, un comune lombardo vicino a Varese, tengono viva una tradizione motociclistica di fondamentale importanza per il nostro Paese. Arturo iniziò la sua carriera in MV Agusta nel 1950, come responsabile del reparto corse, a diretto contatto con il Conte Agusta.
Rimase in questa azienda (vincendo ben 75 titoli mondiali) fino alla chiusura del reparto stesso, per iniziare poi un’attività in proprio nel 1977. Oggi, insieme al figlio, si dedica al restauro delle quattro cilindri che portano il blasonato marchio motociclistico, producendo inoltre interessantissime parti speciali, ovviamente tutte derivate dalla sua esperienza, accumulata con anni di lavoro dedicati alle competizioni.
Oltre a questa attività, i Magni hanno prodotto e producono anche special molto particolari, alcune su motorizzazione Moto Guzzi. Tra le modifiche più importanti che il preparatore–restauratore propone ancora oggi per lo storico quattro cilindri in linea della MV, è bene ricordare quella che consente di sostituire il cardano con la trasmissione finale a catena, la maggiorazione di cilindrata, la trasformazione della frizione da bagno d’olio a secco, i nuovi scarichi e il telaio.
Prima di iniziare la descrizione del propulsore e di tutte le modifiche progettate per esso da Magni, è bene riassumere in breve la sua storia tecnica.
Al Salone di Milano del 1965 fu presentata una moto rivoluzionaria per l’epoca: la MV Agusta 600 a quattro cilindri. La corsa del suo motore era di 56 mm, mentre l’alesaggio di 58 mm, per una cilindrata totale di 591,8 cc. Questa moto non era una sportiva, ma una granturismo (manubrio alto, freni a disco con azionamento meccanico, cioè tramite cavo di acciaio, e trasmissione ad albero).
Nel 1969, ne venne prodotta una versione sportiva. Il motore manteneva la medesima architettura, ma la cilindrata aumentava a 743,3 cc, portando l’alesaggio a 65 mm (la corsa rimaneva identica a quella della 600). I freni erano a tamburo e nella versione con carena venivano adottati dei dischi con comando idraulico. Le ruote rimanevano sempre rigorosamente a raggi.
Nel 1975, venne progettata l’ultima versione del motore MV Agusta, installato sulla 750 Sport America.
Incrementando ancora l’alesaggio, che era diventato pari a 67 mm (mentre la corsa rimaneva sempre di 56 mm), la cilindrata era salita a 800 cc (per l’esattezza 789,7 cc). Questo propulsore erogava circa 70 Cv a 8500 giri/min, aveva una coppia massima di 5,9 Kgm raggiunta a 7500 giri/min e il regime massimo di rotazione valeva 9000 giri/min.
La velocità media del pistone era dunque dell’ordine dei 16 m/sec, mentre la PME (Pressione Media Effettiva) al regime di coppia massima era di circa 9 Bar (valori, questi, che permettono di fare un confronto realistico con gli attuali quattro cilindri, in modo da capire quanto la tecnica si sia evoluta). Il telaio originale del veicolo era a doppia culla inferiore con trave superiore e il suo peso era di ben 25 Kg.
Quello fatto da Magni, derivato dalle esperienze accumulate nelle gare, è invece a doppia culla inferiore e superiore, saldato al TIG e realizzato con acciaio cromo-molibdeno. Il suo peso è di soli 10 Kg, pur migliorando la rigidità complessiva.
Il preparatore-restauratore varesino realizza anche le piastre della forcella, costruite con lamiere di acciaio, in modo da formare una struttura scatolata, estremamente più leggera rispetto all’originale.
Non è noto l’angolo di inclinazione dell’asse di sterzo e l’avanzamento della forcella (off-set), ma da una semplice osservazione si può affermare che queste grandezze siano tutt’altro che contenute, cosa del tutto normale negli anni in cui la MV Agusta è stata costruita. Ciò è probabilmente dovuto anche al fatto che la zona frontale del motore è abbastanza ingombrante (non è infatti estremamente compatta, se giudicata con gli attuali canoni di valutazione). Le sospensioni utilizzate sul veicolo sono della Ceriani.
Sulle moto restaurate da Magni, all’anteriore si usa la stessa forcella telescopica che veniva montata sulla MV Agusta 750 Sport America, con steli da 38 mm di diametro, mentre al posteriore i due ammortizzatori sono a gas (una raffinatezza tecnica se proiettata negli anni Sessanta e Settanta).
Le numerose modifiche apportate da Magni sul modello originale e, come già detto, estrapolate dalla sua profonda esperienza, hanno inoltre permesso di limitare considerevolmente il peso complessivo del veicolo, che passa da circa 240 Kg a circa 180 Kg, senza usare materiali come il carbonio, il titanio o il magnesio, poco diffusi ai tempi in cui queste moto venivano realizzate.
Il quattro cilindri in linea della MV Agusta era molto particolare. Aveva i cilindri in alluminio e le canne, in ghisa, erano riportate con interferenza.
Essi erano però separati tra di loro, dunque la struttura del gruppo termico era modulare per rendere più economici gli interventi e per consentire una fusione più semplice degli stessi. Il problema fondamentale di questa soluzione era rappresentato dal fatto che il piano rivolto verso la testa non era mai perfetto, anche a causa delle diverse dilatazioni termiche di ogni singola unità.
Magni ha perciò realizzato una fusione unica per i due cilindri di destra e per i due di sinistra. Con questa soluzione, inoltre, è stato possibile aumentare ulteriormente la cilindrata, poiché con una struttura monolitica è maggiore lo spessore del materiale che separa le due canne affiancate.
Portando l’alesaggio, in un primo momento, a 69 mm e, poi, a 70 mm, Magni è perciò riuscito a incrementare la cilindrata prima fino a 837,6 cc e, in seguito, a 862 cc. Non è stato però possibile costruire un blocco unico dei cilindri, perché tra i due centrali passa la cascata di ingranaggi per il comando dei due alberi a camme in testa (particolarità che accomuna questo motore con l’attuale quattro cilindri della MV Agusta F4, caratterizzato anch’esso da due alberi a camme in testa comandati da una catena alloggiata tra il secondo e il terzo cilindro).
Questa cascata di ingranaggi, supportata da una struttura metallica, era ospitata nella cartella del coperchio che chiudeva superiormente il blocco motore.
Quest’ultimo, infatti, non era divisibile, ma monolitico e il coperchio appena citato integrava anche i sei supporti di banco.
Su questi trovavano posto dei cuscinetti volventi. I due esterni (quelli presenti alle estremità dell’albero motore), erano classici, con pista e gabbia, mentre quelli interni venivano realizzati con la pista esterna formata da due semigusci e quella interna ricavata sulla superficie del perno di banco. Il volume circoscritto dalle due piste veniva colmato con dei rullini, che non erano separati dalla classica gabbia.
Si noti che i due semigusci esterni erano ricavati per frattura da un anello circolare. Tale anello era lavorato e forato nei due punti diametralmente opposti nei quali era poi generata la frattura. Inoltre, sempre in questa zona, veniva praticata un’incisione.



   

L’elemento era in seguito sottoposto a trattamento termico per il necessario indurimento superficiale e, infine, nelle zone precedentemente predisposte era praticata la divisione, provocata da un’energica sollecitazione esterna. In questo modo, all’atto del montaggio i due semigusci combaciavano perfettamente, senza introdurre variazioni sulle dimensioni geometriche del diametro, inevitabili se la separazione fosse stata ottenuta per taglio.
L’albero motore, secondo la consuetudine del tempo, era composito, cioè realizzato inserendo per interferenza i perni di manovella nelle mannaie. Le bielle avevano, dunque, la testa monolitica, che ruotava tramite l’interposizione di cuscinetti volventi. I pistoni originali erano della Borgo e avevano tre fasce (due di tenuta e una raschia olio).
Gli analoghi elementi preparati da Magni per le sue elaborazioni sono della Asso, stampati e, dunque, molto pregiati, con sezione ad “H”, ovvero con il mantello scaricato in prossimità delle portate dello spinotto. Il mantello stesso viene trattato superficialmente con un riporto in grafite, per limitare l’attrito con la canna.
Le valvole per cilindro erano due e, sulla versione Sport America (l’ultima e, quindi, la più evoluta), avevano diametro di 29 mm per lo scarico e 31 mm per l’aspirazione (le stesse impiegate dal preparatore–restauratore varesino). Erano comandate da due alberi a camme in testa tramite l’interposizione di un bicchierino. Tra quest’ultimo e l’estremità dello stelo della valvola era presente lo spessore per la registrazione del gioco di azionamento.
La valvola veniva richiamata in sede tramite l’azione di due molle a elica cilindrica concentriche, mantenute in sede tramite l’azione di uno scodellino e di due semiconi, ancorati al gambo della valvola stessa.
Si noti che, secondo le tendenze dell’epoca, i condotti di scarico e di aspirazione avevano l’asse praticamente orizzontale e, dunque, le camere di combustione avevano ampie superfici in relazione al volume. Le più moderne tecniche di progettazione prediligono, invece, camere molto compatte (superfici ridotte sempre rapportate al volume), condotti verticalizzati (specialmente quelli di aspirazione) e angolo incluso tra le valvole ridotto.
La trasmissione primaria del quattro cilindri MV Agusta era a ingranaggio. Una ruota dentata veniva direttamente ricavata sull’albero motore, mentre sull’altra era montata la campana della frizione. Quest’ultima era in bagno d’olio, chiusa da un coperchio laterale avvitato al carter motore.
Magni ha modificato questo elemento facendolo diventare a secco, un’elaborazione di chiara derivazione racing. Per fare questa variazione, il coperchio originale di chiusura ha assunto la funzione di tenuta e, dunque, ospita un paraolio dal quale sporge un albero primario più lungo, sul quale viene montata la frizione stessa.
La trasmissione finale del quattro cilindri in linea della MV Agusta era ad albero con cardano. Tale impostazione tecnica era stata voluta dal Conte proprietario dell’omonima azienda, poiché le moto che adottavano questo propulsore dovevano essere delle granturismo e non delle sportive (anche se poi, con l’introduzione dei modelli Sport, questa filosofia venne in parte modificata). Dunque, questo tipo di trasmissione assicurava elevata affidabilità e minima manutenzione. L’asse dell’albero motore e degli alberi del cambio disposti trasversalmente obbligavano però a utilizzare due coppie coniche, una in uscita dal cambio stesso e una sulla ruota motrice.
Ovviamente, questa soluzione non era adatta per le competizioni a causa delle rilevanti perdite meccaniche e per le notevoli reazioni che subiva l’assetto della moto in accelerazione e decelerazione (argomento sul quale Magni ha sviluppato un notevole studio, sfociato poi nel sistema a Parallelogrammo, utilizzato sulle sue “creature” con motore Moto Guzzi). Il preparatore lombardo ha perciò messo a punto una modifica con la quale è possibile sostituire alla coppia conica sul cambio il classico pignone per il comando della catena.
Ovviamente, anche il retrotreno viene adeguatamente modificato, utilizzando una corona con parastrappi, inserita sul cerchio nell’alloggiamento dell’originaria trasmissione di uno specifico forcellone.
Il sistema di accensione del quattro cilindri della MV Agusta fu inizialmente realizzato con uno spinterogeno e con i contatti (detti in gergo “puntine platinate”). La fase di accensione era variabile in funzione del regime motore, sfruttando l’azione delle massette azionate dalla forza centrifuga e trattenute da apposite molle di reazione. Lo spinterogeno con distributore dell’alta tensione era montato dietro il gruppo cilindri e veniva azionato da un opportuno alberino con rinvio che, a sua volta, prendeva il moto dall’ingranaggio della trasmissione primaria.
Per le competizioni, venivano invece usati due contatti collegati in parallelo. Il problema di questi componenti, a elevati regimi di rotazione (tipici dei propulsori da gara), era infatti principalmente dovuto al saltellamento del martelletto sulla camma.
Tale fenomeno incideva negativamente sulla corrente che circolava nel primario della bobina e, dunque, riduceva l’energia della scintilla che si generava tra gli elettrodi della candela. Per limitarlo venivano dunque duplicati i contatti. Nel tempo, questi elementi vennero sostituiti da un sensore a induzione magnetica e la camma dello spinterogeno da una particolare ruota fonica.
Questi due componenti generavano un segnale elettrico che veniva inviato a una centralina elettronica della Magneti Marelli, in grado di pilotare opportunamente la bobina di accensione. Il classico distributore si occupava sempre di inviare la corrente alle candele nella giusta sequenza.
Questi ricambi, oggi, non sono più disponibili. Magni ne utilizza perciò di analoghi ancora reperibili. Un’ulteriore modifica fatta dal preparatore e restauratore lombardo riguarda il sistema di alimentazione, in origine affidato a una coppia di carburatori aventi diffusore di diametro pari a 26 mm (sulle prime versioni del propulsore si utilizzavano carburatori con diffusore da 24 mm).
Ovviamente, per ottenere maggiori prestazioni, Magni impiega dei Dell’Orto PHF da 30 mm (ha provato anche dei carburatori con diffusore da 32 mm, ma la velocità dell’aria in ingresso ai cilindri con bassi regimi è troppo ridotta e incide negativamente sul processo della combustione, rendendo perciò irregolare l’erogazione del motore).
Per montare questi carburatori è stata modificata la sezione iniziale dei condotti di aspirazione, sono state progettate delle specifiche flangie di attacco, sono stati realizzati dei supporti metallici per sostenere i quattro elementi ed è stato aggiornato il sistema di azionamento della valvola cilindrica dei carburatori stessi, in modo da garantire nel tempo la perfetta sincronizzazione dei movimenti.
E’ impossibile, comunque, menzionare nel dettaglio tutte le modifiche fatte da Magni sulle quattro cilindri MV Agusta. Perciò, in caso di interessi particolari per il prestigioso marchio motociclistico, consigliamo vivamente di contattare Arturo e Giovanni, sempre disponibili e, ovviamente, molto competenti.




 


 

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